16 Maggio 2026
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Mandati e mandanti

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Se il presidente degli Stati Uniti può rimanere in carica per un massimo di due mandati, pari a otto anni, perché i presidenti delle Federazioni non dovrebbero adeguarsi? Già dodici anni mi sembrano un’enormità. Obiezione: non è la quantità (di servizio) che conta, è la qualità (dei servizi). Vero. Ma la storia (assoluta, e dello sport in particolare) insegna che sono i ventenni e i trentenni a trasformare la gestione del potere in potere della gestione. E se come il sottoscritto la pensa anche Vincenzo Spadafora, pazienza.
Se un dirigente è bravo, lascerà tracce. Se è bravissimo, individuerà anche l’erede. Dodici anni, ai ritmi del Ventunesimo secolo, sono un’eternità. Meglio otto. Meglio dimagrire. Le poltrone non conciliano il sonno: al contrario, eccitano i risvegli. Da Franco Carraro al piccolo Gasby (Giovanni Malagò). Marcello Nicchi sta brigando per essere confermato presidente dell’Associazione Italiana Arbitri. Sarebbe il quarto mandato. Sarebbe, soprattutto, un «colpo di mano». L’ennesimo. Arrivederci e grazie: Nicchi ha fatto il suo tempo (e i suoi disastri). Avanti un altro. Secondo Francesco Pallante «l’incertezza di una scommessa è pur sempre preferibile alla certezza di un inganno».
L’ideale, ripeto, resta il confine dei due mandati. Aprire le finestre, rinfrescare l’aria: alla salute dello sport (e alla faccia di Sport e salute). Parafrasando Filippo Ceccarelli, le mutandine del potere (sportivo) in Italia – da Onesti «a questi qua» – han fatto più battaglie di tutti i giapponesi alle Filippine. Penso alle battute di Carlo Tavecchio, alle capriole del circo Malagò sotto il tendone del calcio (e della Roma), al telefono anti-sommossa del Carraro d’antan, al basso profilo di Gianni Petrucci, al ronzio fastidioso dei Nicchi.
E allora: cambiare facce nella speranza, con un po’ di sedere, di cambiare teste. Senza bere la favola dell’orco Cio pronto a sbranare l’Italia escludendola dai Giochi. Ah, questi poltroni.

ROBERTO BECCANTINI

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