16 Maggio 2026
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La Premier League pigliatutto e lo squilibrio del “potere d’acquisto”

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Nel mondo del calcio la sessione estiva di calciomercato agisce ciclicamente da ponte tra la stagione precedente e quella successiva, oltre ad essere l’appuntamento più atteso e seguito del calcio non-giocato.

L’estate in corso non è propriamente una stagione normale per gli inglesi, anzi passerà alla storia come quella del Brexit che tanto ha fatto discutere. Verrà ricordata anche come quella successiva al trionfo del Leicester dei miracoli in Premier League o come quella dell’ennesima figuraccia della Nazionale dei tre leoni nella rassegna continentale di Francia.

Non verrà ricordata invece per i trasferimenti. O meglio, potrebbe esserlo, ma questa storia ormai va avanti da talmente tanti anni che gli inglesi si sono abituati. Si, perché, anche quest’anno la geopolitica del mercato trasferimenti è a forma di piramide con una grossa punta che ha il nome di Premier League e con tutti gli altri campionati che guardano quasi inermi alla base di essa.

I botti di calciomercato ci sono anche nelle altre nazioni, vedi Bayern Monaco in Germania, a sorprendere però non è soltanto il numero di colpi in entrata delle squadre inglesi ma soprattutto le modalità.

Entra qui in gioco il concetto di “potere d’acquisto”, dettato dalle ingenti disponibilità economiche delle squadre di Premier, assolutamente non paragonabili a quelle degli altri paesi.

La ripartizione dei diritti tv in maniera più omogenea (uniti ad una maggiore entità degli stessi), i contratti di sponsorizzazione milionari, le regole di retrocessione e promozione ed una cultura calcistica avanzatissima fanno si che il campionato inglese sia contemporaneamente uno dei più equilibrati ed uno dei più spettacolari.

Ogni anno può scapparci la sorpresa, magari alla fine non vincente  come successo al Leicester di quest’anno, ma comunque la presenza di molte squadre attrezzate per un buon campionato rende il tutto più competitivo.

Inoltre, per tutti i motivi sopracitati, i club inglesi detengono al momento un potere d’acquisto maggiore rispetto a quelli di altri paesi. O meglio, un club di media fascia inglese può permettersi calciatori che in Italia o in Spagna potrebbero giocare soltanto in top club, sia per motivi economici ma anche di progettualità.

Nelle trattative i club d’oltremanica sono diventati uno spettro che incute timore e paura agli altri, oltre che un ostacolo quasi insormontabile nell’acquisto di giocatori.

Molte squadre italiane hanno provato sulla loro pelle questa situazione, non ultimo il Napoli che sembrava in procinto di prendere Witsel fino a quando l’Everton non ha proposto il doppio dell’ingaggio al giocatore. Si, proprio l’Everton, la seconda squadra di Liverpool che non partecipa alle coppe da qualche anno. Club non proprio di prima fascia come Middesbrough e Aston Villa (addirittura in Championship) si sono assicurati le prestazione di De Roon e Gollini, tanto seguiti dalle squadre italiane. Soltanto la Juventus, che pure ha perso Batshuayi per mano del Chelsea, sta tenendo testa ai club di Premier League arricchendo il proprio parco giocatori con stelle di primordine che le altre squadre di Serie A non possono permettersi.

D’altronde se il Crystal Palace arriva ad offrire 40 milioni per Benteke, dopo aver preso Cabaye dal Psg l’estate scorsa, e lo Stoke City acquista Imbula dal Porto per 40 milioni significa che al momento la competizione è davvero a senso unico.

In attesa di nuovo fondi, magari non derivanti soltanto da investitori stranieri, alla nostra amata Serie A non resta che trovare soluzioni alternative.

Qualcuno negli ultimi anni ha dimostrato che si può provare a vincere anche con differenze rilevanti di fatturato e che la storia di Davide e Golia non è soltanto un episodio biblico.

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