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La banda del meno nove

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Servizio di Maurizio Longhi @riproduzione riservata

Lontani i tempi in cui la Lazio, nel 1974, a sorpresa si laureava campione d’Italia, negli anni ’80 nella Capitale furoreggiavano i colori giallorossi. Anche nelle scuole, quasi in ogni classe la prevalenza degli alunni parteggiava per la Lupa, tempi duri per chi aveva l’Aquila nel cuore. La Roma aveva vinto uno scudetto, era arrivata in finale di Champions perdendola ai rigori e, nel 1985-1986, perse uno scudetto assurdo. Quella Roma di Sven-Goran Eriksson sembrava lanciata verso un altro tricolore dopo una rimonta pazzesca sulla Juventus, ci si preparava quasi ai festeggiamenti quando il già retrocesso Lecce, fanalino di coda, spezzò ogni sogno di gloria ai giallorossi. Quel Lecce era allenato da Eugenio Fascetti, che l’anno successivo fu chiamato alla guida di una Lazio desiderosa di ritornare in serie A e, perché no, di sfidare nuovamente i cugini. Tripudio tra i tifosi biancocelesti all’annuncio del nuovo allenatore, già un idolo per ciò che aveva fatto alla guida del team salentino. Quella società del duo Bocchi-Calleri aveva l’ambizione di ritornare in serie A e portò avanti una buonissima campagna acquisti.

Ma già dal ritiro di Gubbio si capì che non sarebbe stato un anno normale e, per conoscerne i minimi dettagli, bisogna assolutamente leggere “La banda del meno nove”, lo straordinario libro di Stefano Greco. Un libro per tutti gli appassionati di calcio, per coloro che vogliono emozionarsi tuffandosi in una storia di quel calcio che non ritornerà più. Per preparare il campionato, Fascetti decise che la quiete di Gubbio sarebbe stata la meta ideale per un proficuo ritiro in cui fare gruppo e trovare affiatamento. Si parlava molto di uno scandalo legato al calcioscommesse, la Lazio era sfiorata ma non coinvolta direttamente, la serenità regnava sovrana, tra i tifosi si era riacceso l’entusiasmo. Lo spauracchio era rappresentato dal capo della Procura Federale, Corrado De Biase, con il quale la tifoseria laziale non aveva un buon rapporto a causa di vicissitudini pregresse. Un fulmine al ciel sereno la prima sentenza: Lazio retrocessa in C1. La notizia lasciò di stucco anche i giocatori, tant’è che Fascetti promise che, qualunque cosa fosse successa, lui sarebbe rimasto alla Lazio e convocò i giocatori in una stanza chiedendogli di fare altrettanta chiarezza sul loro futuro. Aveva bisogno di sapere su chi avrebbe potuto contare in caso di retrocessione a tavolino.

Naturale che in ciascuno ci fosse un combattimento interiore, si pensi a Gabriele Pin che qualche mese prima aveva vinto lo scudetto con la Juve dando un contributo importantissimo e improvvisamente si trovava in terza serie. Eppure, dopo una consultazione generale, tutti andarono da Fascetti comunicandogli che nessuno si sarebbe tirato indietro. Che dire, il gruppo già si era formato, il tecnico viareggino era già entrato nei cuori dei suoi giocatori. Per non andare per le lunghe, nella giornata campale, quella della sentenza definitiva, la Lazio affrontava il Napoli in Coppa Italia, quando arrivarono delle voci attendibili secondo cui era stato tutto confermato: la giustizia condannava i biancocelesti alla C1. Iniziarono proteste veementi con scontri e tafferugli, a Roma, davanti all’Hotel Hilton dove erano riuniti i giudici. Non si sa di preciso cosa successe, sta di fatto che uscì un’altra sentenza: Lazio in B con nove punti di penalizzazione. Nessuna soddisfazione nel club, si pensava che fosse comunque una sentenza di condanna per la Lazio che, in un campionato dove la vittoria valeva due punti, partire con quell’handicap, non solo spegneva sul nascere ogni idea di promozione, ma spingeva sul campo la squadra verso la C1.

Partire con un simile fardello, sapendo che dopo più di un mese, anche se si fossero vinte tutte, non ci si sarebbe schiodati dall’ultimo posto, richiedeva una grande forza mentale. Alla prima giornata si andò in casa di un Parma allenato da un tecnico di cui si diceva un gran bene: Arrigo Sacchi. 0-0 il risultato. La prima in casa si giocò contro il Messina di Franco Scoglio, gara che vide una Lazio arrembante ma sconfitta in contropiede. Brutta botta soccombere alla prima in casa. A Pescara fu battaglia sia in campo che fuori, decisamente ostile l’accoglienza riservata a quella nobile decaduta: 1-1 il punteggio. La prima vittoria arrivò all’Olimpico col Bologna. Ogni partita era come una finale, la Lazio iniziò a macinare punti da arrivare a ridosso delle prime e, senza penalizzazione, avrebbe comandato la classifica. Ma, a causa di quel pesante handicap, bastava un niente per essere risucchiati nella zona rossa. Vedendo che quella squadra aveva una marcia in più, i tifosi non si accontentavano di un profilo basso, pretendevano che si andasse oltre. Però, dopo aver fatto lo sforzo di annullare la penalizzazione e di mantenere una continuità di risultati, qualcosa si inceppò, come un crollo emotivo. Era inutile pensare di stare agganciati al treno di testa, bisognava tenersi a distanza dai bassifondi.

Ad un certo punto, la Lazio sfoderava prestazioni altisonanti contro le prime della classe per poi steccare con avversarie invischiate nella bagarre salvezza. Ormai c’era la convinzione che la salvezza fosse in pugno ma, il 10 maggio del 1987, quando il Napoli si laureò per la prima volta campione d’Italia, la sconfitta a Trieste aprì una crisi per i biancocelesti che arrivarono all’ultima giornata, contro il Vicenza, con un solo risultato a disposizione: la vittoria. E pensare che, con quei nove punti, si sarebbe terminato il campionato due lunghezze dietro la coppia di testa rappresentata da Pescara e Pisa. Addirittura, anche i due punti potevano non essere sufficienti, c’era il rischio di uno spareggio. All’Olimpico, contro il Vicenza, sembrò che dal tunnel stessero per uscire i campioni del ’74 che vinsero il tricolore per la grande atmosfera che si respirava. Stadio esaurito in ogni ordine di posto, se in quel momento si fosse trovato a passare uno straniero, sarebbe stata dura spiegargli che si lottava per non retrocedere in C1. Era la partita delle partite, la squadra di Fascetti era sostenuta da una popolazione intera per mantenere la cadetteria.

Niente da fare in campo, la palla non ne voleva sapere di entrare. Sembrava una stagione partita male e che si apprestava a finire con un dramma sportivo. Mancavano otto minuti al 90’ quando Giuliano Fiorini, il simbolo di quella Lazio, fece esplodere lo stadio e tremare una città intera. Non si lottava per lo scudetto come più di dieci anni prima, ma le emozioni erano le stesse. Al triplice fischio, i giocatori caddero a terra per la stanchezza, chi glielo diceva che non era affatto finita? C’erano gli spareggi da disputare, neanche una gara secca, perché erano due le avversarie da affrontare: Taranto e Campobasso. Tutte le gare sarebbero andate in scena al San Paolo di Napoli, l’unico in quell’area geografica capace di contenere le migliaia di tifosi di fede laziale. La prima partita fu straziante, Lazio contratta e non pervenuta, vinse il Taranto. La speranza era che la compagine ionica non perdesse contro il Campobasso, altrimenti sarebbero stati dolori. Finì 1-1 e, dopo quel Lazio-Vicenza, si presentava un’altra partita delle partite.

Stavolta il contesto era quello del San Paolo di Napoli, non l’Olimpico di Roma. Una carovana partì dalla Capitale per sostenere gli uomini di Fascetti per la partita decisiva: o si salvava la pelle o si aprivano le porte degli inferi. Primo tempo di grande tensione, la posta in palio era troppo alta. Nella ripresa, al 53’, quando Fabio Poli segnò il gol del vantaggio andò in scena una esultanza folle. Quel gol fu sufficiente per salvare la serie B e per porre la parola fine ad un anno che prosciugò tutte le energie disponibili. Quella Lazio è rimasta nel cuore dei tifosi e quelle emozioni sono paragonate agli scudetti vinti nel 1974 e nel 2000. Si dice che l’epopea con Cragnotti presidente sia stata figlia di quella Lazio operaia, resiliente, stoica, semplicemente leggendaria. Una salvezza che gettò le basi per un futuro roseo, la serie A infatti, sempre con Fascetti al timone, arrivò l’anno successivo. Ma è sbagliato dire che il campionato vinto fu solo quello che culminò con il ritorno in massima serie, anche il precedente era destinato ad entrare nella storia come una vittoria, addirittura tra le più belle ed emozionanti di un club che ha da poco spento 120 candeline.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di www.footballweb.it

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