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La notizia della morte di Eugenio Bersellini, sopraggiunta a 81 anni, mi ha colpito. Lo avevo conosciuto, mi aveva onorato del suo rispetto. Fu allenatore «essenzialista», nel senso che badava al sodo senza trascurare la vitalità del calcio. Aveva un debole già a quei tempi, gli anni Settanta e Ottanta, per la preparazione fisica, era rigido: o almeno così gli piaceva apparire.
Quando pilotava il Bologna, lo invitai a cena. Viveva segregato a Casteldebole, non ci fu verso. Non voleva abbandonare il forte, non voleva sembrare un disertore: nemmeno per un paio di ore.
Guidò l’Inter allo scudetto del 1980 e a due Coppe Italia, l’Inter di Bini libero, Oriali terzino, Pasinato trattore e Marini doganiere, l’Inter di Spillo Altobelli, che proprio lui suggerì alla società, e del Becca, con Caso e speedy Muraro alle ali. Portò il Toro a una romanzesca rimonta in un derby di primavera, il 27 marzo 1983, da 0-2, Rossi-Platini, a 3-2 in tre minuti o poco più, Dossena-Bonesso-Torrisi. Un’altra Coppa Italia la firmò con la Sampdoria, nel 1985.
Aveva cominciato a Lecce, lavorò pure in Libia, presso l’Al-Ahly di Tripoli, conquistando il campionato del 2002. Chiuse a Sestri Levante, in serie D. Lo chiamavano «sergente di ferro»: perché credeva in quello che faceva e, per questo, esigeva che ci credessero anche gli altri, a costo di burbere sfuriate e sedute fachiresche.
Un giorno, lo andai a trovare a Borgotaro, dove viveva. Scherzammo sul fatto che dal casello di Borgotaro a Borgotaro, lungo l’autostrada della Cisa, ci fossero distanze losangelesche. Parlava di calcio con competenza e misura. Non era perfetto, e lo sapeva. Apparteneva a una generazione di allenatori che si sentiva preziosa ma non importante. C’era meno tv, non c’era ancora internet. Di un altro secolo, ma non un ferro vecchio, il mister Eugenio che porterò sempre con me.
ROBERTO BECCANTINI

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