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Il Napoli perde la semifinale di ritorno di Coppa Italia, allo stadio San Paolo, contro la Lazio, dopo l’uno a uno dell’andata. I tifosi protestano. Intonano i soliti ritornelli. Ce l’hanno con De Laurentiis, che non spende i soldi per acquistare giocatori di prima fascia. Con l’allenatore, maestro di calcio, che però non vuole mai cambiare la disposizione degli uomini in campo. 4-2-3-1, o morte. Iniziano a contestare duramente anche diversi calciatori, come Callejon, Higuaìn, Hamsik, Albiol, Ghoulam, accusati di scarso rendimento e di poca concentrazione negli ultimi tempi. Dopo un lungo silenzio, entra in scena il numero uno della società partenopea. Il presidente De Laurentiis, con una decisione a sorpresa, manda la squadra in ritiro. L’intento, per lui, non sarebbe quello di punire, ma di costruire. “Stare insieme aiuterà il gruppo a confrontarsi e a ritrovare morale e entusiasmo. Il ritiro serve per creare concentrazione assoluta”. “Quando dico che Napoli, prosegue il patròn, è una città bellissima, piena di bellezze naturali, significa che c’è appeal, ma anche distrazione. Distrarsi significa anche solo vedere una bella vetrina con la moglie, un panorama, o giocare a un videogame nel pomeriggio. Per ritrovare entusiasmo, bisogna stare insieme per appoggiarsi, sostenersi, amarsi e confrontarsi”. Forse vuole legare qualche calciatore al letto o al muro, come un Christian Grey qualsiasi. Rafa Benitez, dal canto suo, non ci sta a indossare i panni del tecnico che non sa motivare la squadra. Si rifugia nei freddi numeri. A proposito di Napoli-Lazio, infatti, dichiara: “Abbiamo avuto tante palle gol, ma non le abbiamo sfruttate. Meritavamo di più. La cronaca della partita dice che potevamo andare in rete sei o sette volte. Se avessimo sfruttato almeno un’occasione, la gara sarebbe cambiata”. Con i se e i ma, ovviamente, non si vincono le partite. E neanche si possono giustificare tutte le sconfitte. Il problema è che, in parte, il mister ha ragione. Il morale della squadra è basso, e non potrebbe essere altrimenti. Il gioco non è fluido e armonioso. Non si riesce a segnare. Le occasioni per andare in rete, però, contro Roma e Lazio, non sono mancate. Allora la domanda nasce spontanea. Se un calciatore non segna a pochi metri dalla porta, quanto influiscono moduli, schemi o presunti arbitraggi sfavorevoli? Per il tifoso medio, però, non ci sono dubbi. Tutte colpa del presidente che non spende e dell’allenatore che “non capisce il calcio italiano”. Il numero uno del Napoli, dati e cifre alla mano, non si è svenato. Non lo farà mai. La sua politica è orientata al contenimento dei costi e alla massimizzazione del profitto. Lui stesso ricorda di aver investito circa trecentocinquanta milioni di euro. Non sono pochi. Il punto è che, forse, gran parte di quei soldi sono stati spesi male. Dieci milioni per Miguel Angel Britos, diciotto per Inler, sei per De Guzman, cinque per il portiere Rafael, solo per fare qualche esempio, non si possono propriamente definire colpi di mercato o affari a basso costo, considerato il rendimento dei calciatori in questione. Dove sono gli osservatori del Napoli? In giro per il mondo, e noi non lo sappiamo, oppure non esistono proprio? C’è un dipartimento, con esperti di calcio italiano e estero, agli ordini del direttore sportivo Bigon? No, non c’è. Ecco, magari a mancare non sono i soldi, ma le figure aziendali. Quando non si possono investire sessanta o settanta milioni per un campione affermato, si cercano e si valorizzano i talenti ancora inespressi, in Europa come in Asia o in America. Ci vogliono tecnici, manager. Per non parlare delle strutture. A parte l’assenza di una lavanderia interna, come ha rivelato lo stesso Benitez, il Napoli non ha ancora uno stadio di proprietà. Non si valorizza il settore giovanile. Non si investe adeguatamente nel marketing e nel merchandising. Se cresce l’organizzazione aziendale, potrebbe crescere anche la qualità del parco giocatori. E potrebbero arrivare non più solo generici “risultati”, ma vere e proprie vittorie. E concludiamo con il tecnico spagnolo. Lo accusano di non capire niente del nostro calcio. Di essere ottuso. Di pensare solo alle competizioni europee. La verità, spesso, sta nel mezzo. Benitez non cambia mai, è vero. Però ha sempre chiarito, da quando è sbarcato a Napoli, quali erano i suoi obiettivi. Portare a Napoli una mentalità europea, e non più italiana. Fare gioco, manovrare nella metà campo avversaria, non ripartire in contropiede. Far capire all’avversario che è lui a doversi preoccupare di come gioca il Napoli, e non il Napoli di come sono disposti in campo gli altri. Il suo progetto sta naufragando, per mancanza di risultati. A fine stagione, quasi sicuramente, lascerà il Vesuvio. E rifondazione sarà.


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