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Sensazioni contrastanti. Diametralmente opposte, lontane e diverse come l’ancient christian gospels ed il blues. C’è da dire che pur avvertendo la sostanziale differenza di animo, la musica in realtà può contare sulle stesse origini. L’America nera prendeva le distanze da quella bianca e lo faceva anche con la note musicali che servirono a sghettizzare un popolo che ebbe la forza di “sollevarsi” anche e grazie alle tantissime star del mondo della musica. Cosa c’entra? Capirete in seguito. Chissà quante volte avrete sentito dire da qualcuno che siamo tutti tifosi dell’Avellino. Opportuna quanto utile affermazione. Proprio cosi, per noi quelli che piangono e stanno male e quelli che ripetono di aver già vissuto la stessa avventura e più volte, tanto da non avvertire più “dolore” sono uguali, sono sempre tifosi dell’Avellino. Non prendiamo le distanze. E’ inutile e dispersivo cercare di aggiudicarsi il titolo di super tifoso. Serve a nulla. Nel dubbio ed in attesa di elargire la palma al tifoso più tifoso, lo faremo, è una promessa, bisogna non perdere di vista il motivo del contendere. Ebbene, le sensazioni possono anche essere contrastanti, diametralmente opposte ma alla base ci sono le stesse origini: l’amore per la maglia bianco verde. L’Avellino è di nuovo retrocesso, tre volte negli ultimi cinque anni. Non fa più notizia, il titolo a nove colonne, quello ad effetto, sarebbe dovuto uscire fuori, come un coniglio dal cilindro, se fosse successo il contrario. Pazienza. Tre retrocessioni negli ultimi cinque anni, non male se si calcola che le ultime due sono consecutive in quanto i lupi hanno potuto giocare in cadetteria dopo la “condanna” del campo solo grazie ad un ripescaggio. La prima retrocessione anche se non dell’attuale dirigenza è firmata da Zeman. Si ritorna nell’anticamera del calcio che conta e grazie al miracolo targato Cuccureddu prima e Oddo poi con la famosa finale con il Napoli. Il campionato di quest’ultimo trainer dura solo sette gare, arriva Colomba ma non basta ed è di nuovo discesa. Si risale, sempre attraverso i play off, con Ganderisi e Vavassori. Si riscende con Carboni e Calori. Quella di quest’anno, manca solo la matematica, è targata Incocciati e Campilongo. Vi chiederete e la dirigenza? Sempre la stessa nelle ultime quattro stagioni. Da guinness world records. Una delle ultime vittorie del “vecchio” campionato di serei C1 vide sulla panca un allenatore siciliano che aveva trascorso un pò di vita calcistica indossando la maglia biancoverde nel periodo di maggiore splendore, quello che tutti noi vorremmo, nel profondo del cuore, ritornasse. Altro motivo per il quale, al momento, siamo e del tutto anacronistici. Ci sentiamo retrò e nostalgici ma anche orgogliosi di aver assistito alle gare nelle quali i giocatori biancoverde se la vedevano con gente del calibro, scusate se è poco, di Maradona, Platini e Zico. Mica roba da poco. Salvatore Vullo, nato a Favara nell’agrigentano, poco più di cinquantacinque anni è l’oggetto del desiderio di questa puntata, tranquilli siamo oramai giunti alla fine, anche se ci ripromettiamo di ritornare anche l’anno venturo. Direttore permettendo. Da giocatore ha indossato le maglie di Palermo, Olbia, Torino, Bologna, Sampdoria, Catania ed ovviamente Avellino. Proprio con la maglia bianco verde ha vissuto momenti indimenticabili. “Passeranno anni ed anni ma porterò sempre nel cuore i momenti bellissimi che ho trascorso da voi. L’Avellino era una squadra di massima serie e già questo valeva molto per un giocatore ma l’ambiente che ho trovato mi ha sempre aiutato. Siete fantastici, non mi riferisco solo ai tifosi della città ma anche a quelli che venivano da lontano. Il Partenio era sempre stracolmo e non soltanto di supporter dalle zone limitrofe. Ricordo che quando bisognava inaugurare un nuovo circolo si andava anche a cinquanta e più chilometri. Teora, Ariano Irpino e Grottaminarda. Quanti amici, quante pizze mangiate assieme ai tifosi. E’ vero, lo so e non mi piace dirlo ma era un’altra cosa. Quegli anni passati in massima serie hanno segnato la storia del club bianco verde”. A proposito di storia e di sodalizio, cosa ne pensa di questo periodo che ha scosso cosi negativamente i tanti tifosi irpini sparsi per il mondo? “Avellino ha una tradizione calcistica di tutto rispetto. Da voi il calcio è fede e ho capito cosa significhi dagli sguardi e dalle attenzioni rivoltemi allora quando indossavo questa maglia ma anche adesso quando mi capita, con enorme piacere, di ritornare ad Avellino. Mi rendo conto di quanto soffriate. Mi dispiace, sono amareggiato e spero che presto un pool di imprenditori possa dare slancio ad una società che merita ben altri palcoscenici”. Evitiamo di rattristarci, non è il caso e parliamo di quando eravate una squadra temuta e rispettata. Quali sono stati gli amici di quegli anni ? “Tanti. Ne cito solo alcuni ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Su tutti c’è Franco Colomba, l’indimenticabile Giampietro Tagliaferri, Alberto Bergossi, Nando De Napoli e Luciano Favero”. Come allenatori, ne ricorda qualcuno ? “Tutti bravi. Del resto dieci anni di massima serie non sono frutto di un caso, di una serie di episodi. Ricordo con affetto Bianchi che era di certo il più tosto, Veneranda, Ivic ed Angelillo. Grandi uomini prima ancora di essere bravi tecnici”. Tanti anni, molte soddisfazioni da giocatore professionista, ce ne racconta almeno una ? “Certo. La soddisfazione maggiore è stata quella che mi presi quando guadagnammo la salvezza proprio a con la Juventus. Pareggiammo per uno a uno e ricordo che dovetti fermare Platini, lo feci in tutti i modi possibili e tutti in maniera ortodossa”. Altri tempi, oggi come si difende una maglia ? Preferisce non rispondere. Salvatore Vullo è un uomo che ama la chiarezza e la trasparenza, non è avvezzo a polemiche inutili anche se alla fine ammette che ai suoi tempi la maglia rappresentava un vanto, la si rispettava a tutti i costi. Siamo al termine dell’ennesima puntata di amarcord, la prossima al più presto, molti prima di quanto pensiate, come speriamo che anche la rivincita calcistica di questa città sia al più presto notizia sui giornali e non soltanto il reiterarsi delle tante delusioni fin qui “inghiottite” da una tifoseria sempre più stanca.

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