
Views: 161
A volte le parole non servono per descrivere una persona. Resta il ricordo ed il piacere di averlo conosciuto, la gioia di aver vissuto momenti indimenticabili. Marco Piga ci lascia, prematuramente. Ha combattuto come un leone ma alla fine la malattia lo ha sopraffatto. Su un campo di calcio avrebbe avuto maggiore fortuna ma la vita è, purtroppo, piena di gioie ma anche di dolori. Immaginiamo lo sconforto della famiglia, la tristezza di Mario, il suo gemello, che ha vissuto con Marco gioie e i dolori di una vita che li ha visti, assieme, protagonisti. Sempre assieme, non come semplici gemelli ma due corpi ed una sola anima. Il mondo del calcio è sconvolto, Avellino piange uno dei suoi beniamini. E’ un giorno triste per tutti noi che amiamo questo sport e che abbiamo avuto la fortuna di veder giocare Marco Piga. Resterà, indelebile, il suo ricordo. Il piacere di aver condiviso momenti di gioia.
Grazie Marco per averci voluto bene. L’INTERVISTA Mario e Marco. Non è una canzone di Lucio Dalla, tantomeno il ritornello di una nota pubblicità di pillole di cioccolato. Mario è Marco sono due gemelli, tra i più famosi d’Italia. Dopo Mario tocca a Marco. Facciamo passare un po’ di tempo dall’intervista all’eroe di Marassi. Amarcord miete l’ennesima vittima, le prede sono tutte innamorate del lupo. Il modus operandi è lo stesso da circa cinque anni. Parliamo dell’Avellino degli anni della massima serie ? Ecco la chiave che apre tutti i cuori. Mario e Marco sono due gemelli, piccoli e veloci. Il calcio è passione, sudore e sacrifici. L’hanno capito bene i due gemelli di Palau che lasciano la propria terra per cercare fortuna. Proprio com’era successo al padre anni prima che era dovuto arrivare in svizzera per trovare lavoro. Non si può parlare di Marco senza citare Mario e nemmeno viceversa. Nel 1975 a diciannove anni e dopo due anni nella Torres i due fratelli partono per il continente, destinazione Lucca. Lucchese, Atalanta ed Avellino. Queste le tre compagini che hanno visto i gemelli Piga all’azione. Proprio da Avellino partirono per destinazioni diverse senza mai incrociare i propri tacchetti nella stessa squadra. Marco è partito tre anni prima, l’ultima sua stagione è stata quella della prima volta dei lupi in massima serie. Hanno tanto in comune, entrambi amano il mare, più di ogni altra cosa. Marco ha il telefono cellulare ma è un vero e proprio “optional”. Per potergli parlare bisogna aspettare la sera. Poco male, lo attendiamo nel mentre proviamo ad immaginare l’inizio dell’articolo. La fantasia non manca, anzi ne abbiamo fin troppa. Marco non c’è ma non se ne andato e prima o poi torna. In barba anche alla Pausini. Possiamo attendere anche tutta la sera. Se lo merita, per quello che ha dato ai colori bianco e verde. Facciamo da spola tra il negozio e casa. La figlia ci dice che sta per tornare, la moglie da casa fa altrettanto ma intanto Marco si fa attendere. Finalmente lo becchiamo e lui con la simpatia che lo contraddistingue ci dice: “Michè come stai ? Mi hai chiamato a casa e non mi hai trovato me lo ha detto mia moglie”. Marco ma dov’eri ? “A mare. Come tutti i giorni della mia vita. Lo sai che è un legame indissolubile”. Sai perché ti ho chiamato ? “Certo che lo so. Dobbiamo parlare dell’Avellino. Però prima devi rispondere ad un indovinello. Hai la foto ai tempi della Lucchese e visto che tutti si sbagliano vediamo tu cosa mi dici”. Marco sei quello a sinistra. Ne sono sicuro. “Si, giusto ma come hai fatto. Pensa che allora tutti si sbagliavano. Ti racconto un fatto accaduto a Lucca. Un giorno stavamo andando allo stadio con la macchina ebbene devi sapere che entrando in una curva una macchina ci venne addosso. Si trattava della prima macchina nuova. Ci arrabbiamo come due bestie, immagina gli improperi in sardo. Il signore che era a bordo dell’auto che ci tamponò si prese una gran paura. Ci guardò e disse: sono così in ansia che inizio a vederci doppio”. La vostra prima macchina, poi sarò io a farti una domanda sulla vostra Fiat 127 ma andiamo avanti. Quanto guadagnavi a Lucca? “Cinque milioni all’anno. Fu il mio vero contratto. Un sacco di soldi, poi ci fu l’Atalanta. L’allora presidente Bortolotti mi diede ottomilionicinquecento lire all’anno”. Ad Avellino ? “Guadagnammo di più. Oltre allo stipendio c’era un premio partita di cinquecentomila lire per ogni vittoria. Calcola che un operaio guadagnava al massimo un milione al mese. Eravamo dei privilegiati ma adesso è diverso. Calcola che io feci il capocannoniere in serie C1. Oggi mi sarei guadagnato un contratto quinquennale. Magari potevo anche rivelarmi un bluff ma mi sarei blindato l’ingaggio. Cento milioni in un anno e mezzo a Catania, questo è stato il massimo che ho potuto raggiungere, ai tempi nostri li guadagna un calciatore di Eccellenza. Oggi lo svincolo è positivo anche se ci vorrebbero dei calmieri, un tetto d’ingaggio. Il calcio è malato, si guadagna troppo. Nella situazione catastrofica in cui versiamo si dovrebbero dare tutti una bella calmata”. Ricordi il tuo esordio con i lupi ? “In B con la Ternana in casa con il Partenio, costruito da Rozzi, che era solo a metà, mancava la curva Nord”. Il momento più esaltante della tua permanenza in Irpinia ? “I due gol con la Sambenedettese. Giocammo a Perugia in campo neutro. Terminò 2 a 1 per noi ed io feci una importante doppietta. In quelle tre gare facemmo sei punti. Battemmo la Ternana in casa e la Sampdoria a Marassi con un gol di Mario. Arrivammo in serie A tra lo stupore di tutti, nessuno credeva nelle nostre potenzialità. Avellino è migliorata tantissimo in quegli anni, il calcio ha fatto crescere la città anche culturalmente. Fu una esperienza indimenticabile, porterò sempre nel cuore tutti i tifosi”. Adesso ti faccio io una domanda, come era targata la vostra 127 blu ? “E chi se lo ricorda, sono passati tanti anni”. Te lo dico io, iniziava con Sassari 13 ed avevate anche il portabagagli. “Ammazza che memoria, in effetti eravamo arrivati da pochi giorni. Ricordo che guadagnammo Mercogliano a notte fonda e quando venimmo ai primi allenamenti a Solofra non avevamo ancora tolto il portabagagli”. Marco ma la storia di Varese ? “Tutto vero. Il mister chiese a Mario di giocare da punta e lui gli disse: Io non sono un attaccante, io sono un centrocampista. Io ero al bar, Mario venne di corsa a chiamarmi ma era troppo tardi. Giocò lui e segno il gol del pareggio”. Hai mai giocato contro Mario? “Si. Mi è capitato in Sardegna a fine carriera, lui giocava con la Torres assieme a Zola ed io invece stavo con l’Ilva”. Non può mancare una domanda su Sibilia. “Il presidente era un grande, un uomo con capacità uniche. Ricordò che facemmo un braccio di ferro prima del mio passaggio a Catania. Era un duro ma anche io non ero da meno. Quando andai a Catania mi ricordo che giunsi con l’aereo. C’erano tante telecamere e molti giornalisti. Mi chiesi, chissà chi ci sarà di cosi importante e mi guardai attorno. Non ci crederai ma aspettavano Marco Piga”. Sono passati trentaquattro anni. Tutti d’un fiato. Marco Piga, i fratelli Piga sono legati all’Avellino da una storia da libro cuore. Viva l’Italia, sempre più divisa e sempre meno il belpaese ma che trova anche il tempo di commuoversi davanti ad una storia come questa.

Lascia un commento