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L’Irpinia è una terra che in termine di calcio ha poche storie degne di nota da offrire. Oltre al grande Avellino che arrivò in serie A, per poi rimanervi per 10 stagioni consecutive, e che sotto la guida del Commendatore Sibilia ha regalato grandi calciatori al calcio italiano, merita una menzione il Calitri. Dobbiamo fare un salto all’indietro di circa 30 anni, correva la stagione 1991/1992. Nel girone I del massimo campionato dilettante, in mezzo a squadre che avevano un minimo di storia, ed erano delle piccole corazzate che puntavano a salire tra i professionisti, vi era anche una squadra partita senza i favori del pronostico. Partita per conquistare una tranquilla salvezza, alla fine è arrivata a giocarsi lo spareggio per la promozione nei professionisti dopo un campionato esaltante, tanto da meriarsi vari appellativi come: “Calitri, il Milan dell’Interregionale” o “Calitri matricola terribile”. Un sogno interrotto sul più bello e che avrebbe reso meno amara la retrocessione, dopo vent’anni trascorsi tra A e B, dell’Avellino in C1. Per rendervi meglio l’idea vi proponiamo le parole di uno di quei protagonisti. Le sue parole sono nella grande rete che e internet e noi una parte le vogliamo riproporre a voi. “Partimmo primi ed arrivammo primi, è stato come vivere in una favola” sono le parole di Massimo De Feo, classe ’66, il suo ruolo era difensore; uno dei permi del miracolo Calitri. Una vita passata nei campi dell’allora Interregionale (Nocerina, Frosinone, Terzigno) con una spruzzata anche nella ormai accantonata C2 (Juve Stabia). Ma la vera opportunità per lui arriva nel 1990: “Andai in ritiro con l’Avellino, ventisette giorni di preparazione agli ordini di Oddo. Allenamenti duri, durissimi. Alla fine Pierpaolo Marino venne da me proponendomi di acquistarmi dalla Nocerina e di girarmi in prestito all’Avezzano, in C2. Mi consultai anche con Ciro Picone, che mi consigliò di accettare, ma io invece rifiutati. Potessi tornare indietro non rifarei più quello sbaglio”. Dopo una stagione con la maglia dei molossi, nel 1991, il direttore sportivo del Calitri, Scala, ingaggia il forte difensore: “Mi fidavo delle mie sensazioni. Calitri è stata una di quelle”. La piccola cittadina avellinese, negli ultimi anni, aveva ben abituato i propri sostenitori vincendo campionati a ripetizione (nel 1987/88 si trovava in 1° categoria) e, dopo aver vinto il campionato di Promozione (1990/91), sbalordisce tutto e tutti anche in Interregionale (attuale serie D) ottenendo, al termine del campionato, l’accesso agli spareggi valevoli per la promozione in C2. “Il nostro obiettivo a inizio stagione era la salvezza. A Calitri non c’era pressione, eravamo tranquilli. Vivevamo come una grande famiglia. Anche la società era sempre presente e puntuale nei pagamenti”. La squadra, era allenata da Tano Vergazzola. I biancorossi vincono il proprio girone ottenendo, al termine delle 34 partite, la bellezza di 20 vittorie, 12 pareggi e solo 2 sconfitte, con appena 13 reti subite: un vero e proprio bunker. Dalla seria A alla serie D la difesa del Calitri fu la meno battuta insieme a quella della Ternana (C1) e del Sora (Int.). L’imbattibilità della squadra suscita tanta attenzione anche da parte dei media nazionali che, settimanalmente, andavano ad intervistare i principali attori di quella sorta di film: “Ogni settimana c’era qualcuno che veniva al campo. Si era creato talmente tanto rumore attorno a noi che la domenica tutti volevano batterci. C’è da dire che non eravamo nemmeno tanto tutelati. La domenica ci aspettavano e cercavano di intimorirci con ogni mezzo, ma la cosa, invece di metterci paura, ci caricava ancora di più”. Calitri, che non arriva nemmeno a 7.000 abitanti, mise alle sue spalle città e realtà calcistiche molto più blasonate, con il “San Sebastiano” che, nelle partite di cartello, arriva a contenere al massimo 500 spettatori! La società, presieduta da un farmacista, il dottor Pontillo, era composta da altri dodici dirigenti. Società che inglobava tutte le categorie cittadine, da insegnanti a manovali; tutti partecipavano, tutti contribuivano alla “favola”. Tutti i soci pagavano mensilmente una quota di duecento mila lire, nonché il biglietto per assistere alle gare: “Vivevamo il campionato partita per partita, tra di noi c’era volontà e sacrificio. Non ho mai visto paura o timore nei compagni. C’era la forza di gruppo che non mai ha visto da nessun’altra parte, se un compagno era in difficoltà sapeva che poteva contare sui di noi. Per far capire a quanto tenevamo al campionato, giocavamo le partitelle della settimana come quelle della domenica: più di una volta successe casino. Il condottiero Vergazzola, merita un discorso a parte: “Per lui venivano prima i calciatori. Era uno che si assumeva sempre le responsabilità, se sbagliavi ti prendeva da parte e ti cazziava. Sul piano umano mi ha dato tanto”. Nel doppio spareggio valevole per la promozione in C2, i sogni, però, s’infrangono contro l’Agrigento (poi Akragas); la squadra siciliana s’impose, entrambe le volte, con un netto 3-0: “Arrivammo allo spareggio appagati. Il fatto di aver vinto il campionato distolse lo sguardo sullo spareggio, che pensavamo già nostro. Il mister, prima della gara, ci riunì e ci fece vedere una cassetta di una partita dell’Agrigento: non ci fece una grossa impressione, almeno personalmente. Alla fine perdemmo malamente, doppio 3-0. Loro erano una bella squadra composta da calciatori che poi hanno fatto la serie C: Catalano, Petrov, Bifera. C’era anche Castiglione ma non mi mise mai in difficoltà a differenza di Vasari (all’epoca nel Trapani, ndr)” La favola Calitri, in pratica, si ferma qui: “Ricordo ancora le scaramanzie pre gara. Nella rifinitura del sabato, mentre tutti noi eravamo impegnati nel riscaldamento, il mister si allontanava e andava alla ricerca di un chiodo per il campo. Una volta trovato alzava la mano e noi tiravamo un sospiro di sollievo: portava bene. La domenica mattina, invece, al ristorante ci facevamo versare del vino che, invece di bere, facevamo cadere sulla tovaglia”. Nel 1992 il Consiglio Direttivo lasciò nelle mani del Sindaco la società, stesso discorso per la squadra che viene, praticamente, smantellata: “Tutto il gruppo vincente di Calitri seguì il mister a Grottaminarda, in Eccellenza; Guarino ed io fummo gli unici a non seguirli. Andai al Frosinone, in serie D. Pontillo, invece, l’anno dopo passò la mano. C’è da dire che lui non era un vero appassionato di calcio cosa che, invece, era il padre. Anche in caso di C2 avrebbe ceduto il titolo. Per Calitri era già tanto l’Interregionale, la C2 era impossibile”. Il Calitri nel suo secondo, e ultimo, anno in serie D retrocesse senza lottare. Nel 1993 la società fallisce, andando, così, a perdersi nei meandri dei campionati dilettantistici irpini senza più risalire la china. Ironia della sorte, ai nastri di partenza della stagione 1992/93 cambiarono anche i criteri per la promozione in C2. Furono aboliti gli spareggi, chi vinceva il proprio girone saliva direttamente; un ulteriore beffa a quella fantastica stagione. Una bella favola dimenticata da tutti, soprattutto perché il Calitri è stata l’unica squadra della Provincia a sfiorare il professionismo. Un calcio di Provincia ricco di squadre, ma povero di strutture e organizzazione.

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