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SBAFFO. Entra nella ripresa per Visconti, quando Marcolin decide di passare dal 4-4-2 a tre mezzepunte alle spalle di Mokulu. Pecca in continuità, specie dopo il 3-1 che taglia le gambe ai Lupi, ma ha almeno il merito di far cambiare passo alla squadra e va pure vicino al gol se Aresti non glielo impedisse con un miracolo.
D’ANGELO. Nella ripresa cresce vistosamente e anche lui si deve arrendere ad un divino Aresti. Tuttavia non è che nel primo tempo dispiaccia, anzi. Magari gli mancano quegli inserimenti di cui è capace quando sta veramente in vena.
CASTALDO. Certo, non è il “Giggino” a cui ci ha abituati da sempre, ma la classe resta sempre quella. Lo testimoniano due aspetti: il gol, da cineteca. E poi la profondità che spesso raggiunge e destra nella ripresa col ribaltone tecnico-tattico di Marcolin. Dà il massimo, nonostante la luna di miele coi tifosi sia finita. Un vero peccato, nell’attesa che i dissidi si ricompongano. Una bandiera vera dell’Avellino merita di sventolare per sempre.
FLOP
VISCONTI. Si è sempre detto che le sue caratteristiche siano più adatte a recitare il ruolo di esterno offensivo, piuttosto che difensivo. Ed in parte è vero. Per questa ragione, Marcolin lo sceglie come quarto di centrocampo con licenza di offendere. Ma di spunti se ne vedono ben pochi, come i cross che riesce a partorire. Con Sbaffo è un’altra musica, tanto che Marcolin dirà in conferenza post-partita di poterne “tenere conto” in futuro. Non una frase gettata lì.
BIRASCHI. Non riesce proprio a limitare Lapadula. E l’errore che dà il via all’azione che porta il Pescara sul 2-1, è da matita blu. Perché, proprio su quell’errato disimpegno, l’attaccante in odore Juve diventerà per lui imprendibile. Abbiamo visto un giocatore migliore in altri tempi.
REA. Vale un po’ il discorso fatto per Biraschi. D’accordo che il tridente biancazzurro è da favola, ma la serata è talvolta da incubo. Per lui come per il suo compagno di reparto e Chiosa, i più insufficienti del quartetto difensivo.

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