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A tu per tu con Pasquale D’Antonio

“Il periodo del Covid con le relative limitazioni ho deciso, insieme al mister Erra, di individualizzare il lavoro, senza dare programmi predefiniti e uguali per tutti.”

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Abbiamo incontrato il Professor Pasquale D’Antonio preparatore atletico della Paganese. Pasquale ha cominciato col padre che era un tecnico per poi intraprendere la propria strada in varie under 17. Ora lavora alla Paganese dopo un’esperienza al Matera. D’Antonio ci ha illustrato le difficoltà del periodo Covid e i segreti per diventare un preparatore atletico.  

       

Come hai scoperto il calcio

Come tutti i bambini sono cresciuto a pane e pallone, passione che mi ha trasmesso mio padre, presidente, dirigente e allenatore nelle scuole calcio fino a qualche anno fa. Ho giocato a calcio fino a 18 anni, facendo tutto il settore giovanile, per poi abbandonare il calcio agonistico per dedicarmi agli studi. Ho continuato nel frattempo a giocare a livello amatoriale ma poi chiudendo con il calcio giocato quando ho visto che non vi erano sbocchi importanti, decidendo così di provare a conciliare la mia passione per il calcio con quella per la metodologia dell’allenamento, lo sport e con lo studio, perno sui cui si è basata la mia crescita grazie agli stimoli, al supporto e all’educazione della mia famiglia.

Quando hai capito potesse essere il tuo futuro lavorativo

Ho deciso di studiare scienze motorie con passione e voglia di lavorare nello sport. Non essendoci riuscito da calciatore ho sempre avuto, e tutt’ora ho, il sogno e l’obiettivo di arrivare in serie A come preparatore atletico. Questa figura mi ha sempre affascinato perché mette insieme le mie più grandi passioni calcio e allenamento, unite alla sete di cultura e alla raggiungere uno status sociale correlato alla presenza di un titolo di studio, che ti concede l’onere e l’onere di studiare e formarti continuamente.

Sei il preparatore atletico della Paganese come hai gestito il periodo Covid 19?

Il periodo del Covid con le relative limitazioni ho deciso, insieme al mister Erra, di individualizzare il lavoro, senza dare programmi predefiniti e uguali per tutti. Soprattutto, ho cercato di evitare allenamenti in videoconferenza, che spesso diventano confusionari e che non mi permettono di personalizzare il training in base alle diverse esigenze. In particolare, ho cercato di elaborare programmi di allenamento ad personam, soprattutto in base ai mezzi a disposizione del singolo, ad es. ho avuto calciatori che disponevano di un giardini, altri di una cyclette, altri di sovraccarichi, altri di tutto, altri di nulla. E’ stato un lavoro in smart working molto probante e affascinante. Ovviamente, ho monitorato il tutto giornalmente e soprattutto attraverso una responsabilizzazione del calciatore, senza orari fissi e con il dovere di ogni atleti ad informarmi sul training e il suo andamento. Ho comunicato al mister, responsabile dello staff, il registro degli allenamenti e l’andamento degli stessi.

Come è cominciata la tua carriera come preparatore

Ho fatto il preparatore atletico, mentre mi dedicavo agli studi, per vari anni in una scuola calcio, affiancando mio padre che era il tecnico. Poi ho fatto una breve esperienza formativa all’under 17 del Catanzaro e con la rappresentativa Campania U17. Nel frattempo, ho collaborato esternamente con qualche prima squadra e qualche calciatore, cercando di approfondire gli studi sull’allenamento degli adulti, su cui ho incentrato tutti i miei studi. Ovviamente, non potendo partire direttamente dagli adulti, ho iniziato con i ragazzi, avendo sempre un occhio alla specializzazione nella performance nei calciatori adulti. Sottolineo questo perché credo che è importante la specializzazione dei ruoli e allenare nel settore giovanile è completamente diverso da farlo in prima squadra, soprattutto perché i ragazzini non sono adulti in miniatura. Cosi come credo che anche lo stesso preparatore atletico debba essere più orientato sulla performance o sulla riatletizzazione, a seconda dei casi specializzandosi in quell’ambito, cercando così di fornire il massimo supporto specialistico allo staff e alla società in cui opera.

Hai lavorato per il Matera raccontaci questa esperienza

La mia prima esperienza in prima squadra, tanto aspettata, tanto agognata. Era duro in una società con molti debiti, in cui le risorse scarseggiavano però abbiamo fatto di necessità virtù. Anzi, sul campo abbiamo lavorato in maniera molto professionale, curando i dettagli, dalla metodologia dell’allenamento agli aspetti organizzativi, si può dire che dal punto di vista di campo alla squadra abbiamo trasmesso molta professionalità. Però senza pagamento degli stipendi, con gente lontano dalla famiglia o con una famiglia da mantenere era dura avere la testa sul campo. Poi, mettiamoci che spesso tra problemi con il campo, con i fornitori, ecc. eravamo subissati da imprevisti, ciò nonostante, penalizzazione a parte, i risultati sul campo sono stati più che positivi. Inoltre, ho avuto il piacere di allenare calciatori molto importanti per la categoria, con alcuni si è anche instaurato un rapporto di stima reciproca al di là del calcio. Tra i tanti calciatori esperti cito il capitano Stendardo, Ricci, Triarico, Orlando, senza voler far torto ai giovani che sicuramente in questi anni si faranno valere.

Voglio fare il preparatore atletico, cosa devo fare?

Innanzitutto bisogna studiare. Poi, non meno importante, allenarsi e fare sport, perché riesci a provare su di te ciò che riporterai agli altri. Poi c’è bisogno di fortuna, ambizione, passione e soprattutto tanta perseveranza. Perseveranza nel provare, provare e riprovare finché non si ha l’occasione giusta per mettersi in gioco. Parlando di me, ho avuto difficoltà ad avere fiducia all’inizio e tutt’ora fatico perché a 29 ani in questo ruolo si è visti come giovani e spesso trovo scetticismo. Ancora più difficile è trovare chi ti dà la possibilità di lavorare, quando non hai ancora esperienza, seppur ti sei formato a tutti i livelli. Nel mio caso, ho “martellato” (rido, ndr) finchè non ho avuto modo di entrare nel contesto professionistico per mettermi in gioco. Solo a quel punto puoi dimostrare e poi sta agli altri giudicarti ma sempre a te migliorarti e metterti in gioco.

Molte volte accusano i preparatori atletici dei troppi infortuni, cosa pensi di questa leggenda metropolitana?

Credo che stabilire la colpa degli infortuni sia molto difficile. Lo dimostra un ultimo studio del 2020 in cui hanno cercato di delineare un modello concettuale sugli infortuni negli atleti in ben 6 livelli, in cui si può capire come le variabili in gioco siano molteplici. Inoltre, ricordiamo che noi alleniamo una squadra con tanti uomini diversi e le abitudini alimentari, le caratteristiche genetiche, i precedenti infortuni, l’età influiscono molto, così come le strutture di cui dispone la società e le società di un lega (campi d’allenamento, campi di gioco, strutture per l’allenamento, ecc.). In ogni caso, dare la colpa a un solo fattore è troppo semplicistico, cosi come è troppo arrogante dire tizio sbaglio, caio sbaglia e io faccio bene, di conseguenza io parlo per me, la mia esperienza e/o con le evidenze scientifiche a supporto di ciò che dico senza mai voler essere portatore di verità o convincere gli altri su un metodo. Non esistono santoni nell’allenamento, esiste chi interpreta il lavoro meglio di un altro, come in tutti i settori della vita, ma pozioni magiche non ce ne sono.

Var, cosa pensi dell’argomento?

Credo che la tecnologia possa aiutare il calcio, alla stessa stregua di come avviene in tutti gli altri settori lavorativi. Diminuisce il margine di errore e permette un maggiore oggettività di giudizio. Ovviamente poi non entro nel protocollo, non avendo competenze specifiche in merito      

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