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Di campi ne ha calcati tanti da centrale difensivo che conosceva cattiveria e ferocia. Un trascorso con la Primavera della Reggina e, in seguito, oltre 500 partite tra serie C e dilettanti con le maglie, tra le altre, di Puteolana, Internapoli, Marcianise, Viribus Unitis, Casertana e Juve Stabia. Quattro anni di passione con le Vespe condite dall’indimenticabile spareggio del San Paolo contro la Salernitana per l’accesso in B. Lui non c’era ma ha sofferto da lontano.
A 38 anni il passaggio dal terreno di gioco alla panchina, praticamente immediato. Grazie all’Internapoli, la società che forse più di tante lo ha coccolato come un figlio consentendogli di svolgere la sua funzione prima a Napoli e, l’anno seguente, a Pozzuoli col passaggio del club in terra flegrea. Per Corrado Sorrentino, classe ’72, quello che sta per finire è stato un anno sabbatico. Girovagando un po’ per i campi ed accrescendo la propria formazione. Qualcuno si accorgerà di lui in estate, c’è da giurarci. “Come tanti colleghi, vivo questo momento particolare del calcio con un pizzico di delusione – esordisce -. Un anno fa alcune offerte mi erano arrivate, ma oggi dico che ho fatto bene a non accettarle. Il calcio è fatto di occasioni. Magari nei momenti clou della mia carriera sono stato un po’ sfortunato. Quando ero alla Juve Stabia me la vidi con Godeas, che allora giocava nella Triestina. La mia prestazione attirò le attenzioni di Recagni e Bonisegna, selezionatori della nazionale di categoria. Risposi alla convocazione, poi ebbi una distorsione al ginocchio e tornai a casa. Ma in ogni caso sono soddisfatto della mia carriera, non ho rimpianti”.
Italianisti, innovatori, tiki taka spagnolo e gioco totale. Come si inquadra Corrado Sorrentino? “Intanto voglio premettere che ho scelto questo lavoro perchè mi appassiona. Non nascondo che, già quando giocavo, qualche allenatore si confrontava con me. A 38 anni capii che era arrivato il momento di lasciare il calcio giocato. Avevo dato, insomma. Avendo avuto l’onore di essere il capitano dell’Internapoli negli ultimi quattro anni, la società mi diede la possibilità di iniziare subito in panchina, in Eccellenza. Ho perso una finale play-off al primo colpo, l’anno dopo l’ho vinta. Tatticamente ho sempre cercato di mantenere un certo equilibrio in campo. Gestendo sempre una squadra giovane, e frutto di risorse limitate, la priorità era quella di fare risultati. Ma mi piace il 4-3-3 perchè è un sistema che permette di avere una buona copertura a centrocampo se hai delle ali disposte al sacrificio”. Gli allenatori che porti più nel cuore. “Di Costanzo per l’organizzazione e il modo professionale e scrupoloso di fare calcio. Villa per la lealtà umana. Era uno dei fautori della zona, un innovatore in pratica. Troiano aveva un grande gestione del gruppo, riusciva a mantenere sempre un certo equilibrio nello spogliatoio”.Un giovane passato sotto la tua direzione di cui vai orgoglioso. “Antonio Letizia, che ho avuto a Pozzuoli. Come calciatore in verità già lo conoscevo, e non esitai a prenderlo. Ma l’esplosione ci fu da noi. Lui spaccava le difese avversarie, era devastante nell’uno contro uno. Direi anche D’Ascia che oggi sta al Torrecuso, un ragazzo di talento. Però ci tengo a rimarcare che io ho sempre puntato sul gruppo, mai sui singoli. Con me nessuno doveva sentirsi una primadonna”. Dieci anni di Internapoli, poi l’addio. Ci sarà stata una ragione. “Semplicemente non c’erano più le condizioni per proseguire. E dopo tanti anni sentivo peraltro che era arrivato il momento giusto per provare altre esperienze. A Pozzuoli, però, ricevo ancora oggi attestati di stima. Lì mi sono salvato bene e sono ancora legatissimo a capitan Roberto Volpe nonché al direttore Gennaro Dell’Aversana, una persona squisita, un signore. L’allenatore incide in una determinata percentuale, ma dipende tutto dalla disponibilità dei calciatori. Questo anche se hai un gruppo giovane, e io posso dirlo perché non ho mai avuto una corazzata a disposizione. Il gruppo bisogna saperlo gestire. Prendiamo Sarri, che ha un organico di giovani vogliosi di mettersi in luce. Magari alla lunga paghi l’inesperienza, ma i risultati arrivano. Sarri mi piace molto perchè cura bene la fase difensiva e si vede che le sue squadre hanno grande sincronia nei movimenti ed ordine tattico”. L’anno scorso una parentesi con la Carpisa Yamamay: come mai questa scelta? “Perché il calcio femminile è il paradiso del calcio. Le ragazze hanno grande voglia di apprendere e, devo dire, c’è molta più lealtà rispetto al mondo maschile. Lasciai il lavoro a metà perché non c’erano più i presupposti per rimanere, pur avendo un grande rapporto con Italo Palmieri. Con me c’era il Prof. Felice Di Maio, un grande professionista nel settore. Lui già conosceva questo mondo. Avevo in squadra ragazzine di 15-16 anni, tutte di grandissima buona volontà, e lottavamo contro corazzate. Ma il nostro problema stava soprattutto nelle strutture. Al Collana eravamo costretti ad allenarci alle 19.30 affrontando diverse problematiche. Al Nord è diverso, lì ho visto strutture all’avanguardia, e c’è anche molta più partecipazione. Fatto sta che la mia è stata una scelta precisa, non certo un ripiego”. Apriamo l’album dei ricordi: quello più bello che puoi raccontarci. “Su tutti, la vittoria con l’Internapoli in casa del Due Torri al 94′. Eravamo in 10 e conquistammo la promozione in D, i ragazzi piangevano e fu fantastico vedere tutta questa commozione. Da calciatore ricordo un successo, tra le fila del Gabbiano, ad Isola Liri per 2-1. Loro erano secondi, noi appena un punto sotto. Con la differenza che loro erano costati un miliardo delle vecchie lire. Poi, sempre col Gabbiano, un 4-1 rifilato alla Casertana. Perdevamo e alla fine vincemmo nell’apoteosi generale. In quella gara marcai Pasculli, indimenticabile. Loro erano una squadra maiuscola, ma quel Gabbiano era davvero una famiglia e sapeva superare ogni ostacolo. Ancora oggi mi vedo con tanti di quei ragazzi che componevano quella rosa”. E il miglior presidente? “Aniello Rosa a Terzigno. Un uomo di altri tempi, leale. Con lui bastava una stretta di mano. E poi Cerbone al Gabbiano”.
Il tuo maggior difetto? “Ho sempre vissuto il prepartita con un po’ di ansia. Per me ogni gara era una finale, a maggior ragione con una squadra come l’Internapoli essendo legato a quei colori. Per noi la salvezza era come uno scudetto. Poi è chiaro che certe esperienze un po’ ti modificano e finisci per cambiare pensieri e modi di fare”. Ma quanto è difficile oggi farsi seguire da un giovane vista l’evoluzione del nostro calcio e di certe regole? “Tanto. Penso ad uno come Vinicio. Mi face esordire in C a Castellammare ma, quando parlava, aveva tanto di quel carisma quasi da farmi quasi abbassare gli occhi. C’era rispetto totale verso gli allenatori, quel riconoscimento che oggi è venuto un po’ a mancare. Oggi bisogna porsi nei confronti dei ragazzi con più scioltezza e meno autorità. Anche Cucchi incuteva timore. Ecco perché sono nostalgico. Sono cambiati valori, regole, abitudini. Un tempo il proprio allenatore era il capofamiglia. E quando il capofamiglia parlava, si rimeneva in silenzio. Ma oggi?”.

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