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Servizio di Valerio Lauri ©riproduzione riservata
Da Supercoppa a Supercoppa. Il Milan torna a sollevare un trofeo, dopo cinque lunghi e travagliati anni (ultima proprio la Supercoppa 2011, in rimonta sull’Inter a Pechino), e lo fa da squadra non favorita. A Doha, la Juventus gode di tutti i favori del pronostico, sia per la discrepanza qualitativa abissale tra i due organici, sia per il momento della stagione in cui arriva l’impegno. Eppure non basta. Non basta perchè, di fronte, i bianconeri si ritrovano dei ragazzini affamati, con tutti i loro limiti, ma con tutta la loro voglia di incidere i loro nomi a fuoco nella storia. E pazienza se la coppa alzata è “solo” una Supercoppa italiana. Nella nutrita bacheca rossonera, troverà sicuramente posto tra le varie Champions’ e permetterà (finalmente, direbbero i tifosi) di rimuovere quelle odiose ragnatele che si sono formate in questo lasso di tempo senza vittorie. Tra l’altro, quella di Montella è la prima squadra a conquistare la Supercoppa senza aver vinto nè scudetto nè Coppa Italia.
AVVIO A SENSO UNICO – Non è stata certo una passeggiata. Nessuno si sarebbe aspettato una passeggiata ed infatti, al Jassim Bin Hamad Stadium, i primi venti minuti hanno sbattuto in faccia quanto era già evidente. La partenza bianconera impressionante dal punto di vista dell’intensità e della qualità dei fraseggi, di fatto, annichilisce il Milan. Allegri sistema una gabbia attorno al giovane Locatelli, che dimostra tutti i suoi diciott’anni quando si tratta di prendere in mano lo scettro del regno di centrocampo. Non poteva essere altrimenti se ti ritrovi un bestione come Mandzukic alle calcagna, pronto a provocarti asfissia nelle giocate. Per venti minuti di gioco, la trama del romanzo è stata questa: dominio bianconero in lungo e in largo, Alex Sandro che tiene in scacco Suso e una quantità impressionante di occasioni in soli venti giri di lancette. La chiave del match è proprio questa e crea superiorità in maniera costante. Quattro minacce a Donnarumma rappresentano il campanello d’allarme inascoltato, che si materializza in gol al minuto 18. E’ una disattenzione da calcio d’angolo, che permetta a Chiellini di correggere in rete un corner di Pjanic, portando il difensore juventino a percuotersi il petto con la sua consueta scimmiesca esultanza. E’ una Juve bestiale e tutti i presagi sono quelli di una gara in discesa. L’esperienza di una squadra abituata a vincere, soprattutto per gli elementi chi schiera, mai farebbe prevedere l’epilogo finale.
CUORE OLTRE L’OSTACOLO – Eppure Davide contro Golia ha sempre il suo fascino e, si sa, tutti i calciatori da piccoli sono stati sognatori col pallone tra i piedi che non hanno mollato. E allora perchè non provarci? In fondo, male che va, quei giovanotti in casacca rossonera hanno l’attenuante dell’età media. In fondo, qualcosa in allenamento l’hai preparato e magari ti viene pure bene. Una scossa, ne basta una, e il Milan si risveglia. La dà Suso: classico movimento a destra a rientrare sul sinistro, palla tagliata e Buffon che ringrazia l’effetto di non essere abbastanza a giro. Finchè c’è in campo Alex Sandro, però, una scorribanda del genere rappresenta una rarità. Bonaventura, invece, a destra, comincia a lavorare ai fianchi di Lichtsteiner, gli strappa un giallo e poi rischia di farlo mandare sotto la doccia per una gomitata piuttosto evidente. Damato, però, non se la sente di entrare da protagonista nella finale. Non funziona nemmeno il cross tagliato di Bonaventura (speculare a quelli di Suso), perchè Kucka non è propriamente un incursore raffinato e calcola male i tempi d’inserimento. Per cui, al povero Jack, gli tocca entrare nel tabellino. Non è un caso che ciò avvenga dopo il minuto 32, quando Evra prende il posto dell’acciaccato Alex Sandro. Suso taglia alla sua maniera il campo con il solito mancino affilato e Bonaventura, in torsione, lo sfiora quel tanto che basta a mettere fuori causa sua maestà Gigi Buffon. Pareggio meritato e nulla da eccepire, con la partita che, dopo aver fatto crollare i fortini di ambo le compagini, diventa aperta a tutte le possibilità. Sono davvero tante, queste possibilità. Potrebbero dare un nuovo vantaggio a fine primo tempo alla Juve, se Abate non fosse precisissimo nella diagonale su Sturaro, che stava per infilare un cross di Mandzukic dalla destra. Oppure, a inizio ripresa, potrebbe essere la serata di Higuain che si mette in proprio, ma non incide. Incide eccome, invece, Romagnoli, che anticipa tutti su un corner dalla destra e fa vibrare la traversa a Buffon immobile e battuto, pronto a ringraziare nell’alto dei cieli (e sappiamo quanto non ne sia avvezzo). Sussulti continui, da una parte e dall’altra, ed una sola costante: porte blindate fino ai rigori. Donnarumma si esibisce, su tiro di Khedira, in un remake della parata in campionato al 95′: anche questo un presagio funesto per i bianconeri.
JUVE IN HDM – Alla fine, Allegri non può rimproverarsi nulla. L’ultimo allenatore che aveva regalato una Supercoppa ai rossoneri si oppone strenuamente, giocandosi persino l’attacco a tre: Higuain, Dybala, Mandzukic. L’argentino si infila tra le linee rossonere e crea subito scompiglio come una variabile impazzita. E’, in effetti, una novità non prevista che crea non pochi grattacapi, soprattutto dando una possibilità di scarico che manda al tiro il neo-entrato. Un tiro alto, uno centrale bloccato in due tempi e una splendida combinazione in velocità con Higuain che però non sortisce effetti. L’effetto sorpresa svanisce e viene fuori ancora la squadra di Montella.
FIERA DEGLI ERRORI – Bacca ha ben due palle match, ma le fallisce entrambe. Prima schiaccia troppo un colpo di testa sul solito invito preciso di Suso, consentendo a Buffon di regalare uno scatto ai fotografi. Poi a inizio supplementari, fallisce clamorosamente un tap-in facile facile su respinta del portierone bianconero, regalandosi uno stop di troppo inutile che consente il recupero della difesa bianconera. Qualcuno comincia a chiedersi perchè non sia rimasto sugli spalti del Sanchèz-Pizjuàn, ma, a parte gli scherzi, sarebbe potuto essere un bel colpo da ko. La Juve, infatti, è costretta dall’ultimo quarto d’ora del secondo tempo a non potersi concedere cambi e quindi a risultare la più stanca. Montella lo avverte e si gioca le carte Antonelli e Lapadula per Abate e Bacca, donando un po’ di freschezza ai suoi. Gli ultimi dieci minuti dei supplementari, però, mandano in debito d’ossigeno i rossoneri e rischiano di regalare la vittoria alla Juve. Evra insacca in evidente fuorigioco un invito di Dybala, poi, al minuto 116, restituisce il favore servendo il 2-1 su un piatto d’argento, quello del dischetto. L’argentino, però, alza troppo il piattone e spedisce la palla in curva. Nulla da fare, la lotteria dei rigori torna, impietosa. Marchisio si conferma in forma e trasforma facile. Nemmeno il tempo di entrare in clima penalty che Lapadula sparacchia su Buffon il primo rigore rossonero. E’ subito svantaggio, è subito rincorsa, ma è subito parità. Mandzukic, fenomenale per tutto il primo tempo e vera spina nel fianco rossonero, mostra tutta la sua stanchezza timbrando la parte alta della traversa con una staffilata poderosa, ma imprecisa. Da qui in poi, è una serie di trasformazioni, fino ad arrivare agli ultimi due rigori. Dybala e Pasalic, la stella e l’oggetto misterioso. Al grido di “Dybala, Dybala”, l’argentino sistema con cura la palla sul dischetto, calcola la rincorsa e incrocia la traiettoria. Donnarumma, però, intuisce e compie un prodigio, sventando la minaccia. Tutto nei piedi di Pasalic, il croato si carica un macigno sulle spalle e lo scarica nell’angolino, spiazzando Buffon e regalando una gioia immensa ai compagni e ai tifosi.
E’ un trofeo che ripaga una politica, più che una singola prestazione. La Juventus ha costruito un team di campioni, con grandissime individualità e con ricambi in ogni ruolo, pronti a lottare su più fronti. Allo stato attuale delle cose, però, sembra mancare ancora quell’amalgama necessaria a trasformare un gruppo di fenomeni (o presunti tali) in una squadra destinata a fare la storia. Lo scudetto è ovviamente obiettivo minimo, per l’imbarazzante superiorità maturata negli anni e dimostrata anche in questa stagione, ma potrebbe non dissetare i palati secchi di vittorie europee. Di fronte, si sono trovati l’opposto. Montella ha badato a creare un’identità di squadra, fondata su sacrificio, furbizia e schemi collaudati: uno spartito suonato con diligenza da un’orchestra sempre più affiatata di giovani talenti. Sanno che c’è sempre da soffrire, ma lo accettano di buon grado, con coraggio, provando a interpretare sempre il modo migliore per uscirne. E, ora, la prima gratificazione con un trofeo avvolto dalle polemiche sulla sede della finale, dissipate in un gran bello spettacolo. Il primo, si spera, di una lunga serie. O quanto meno di un nuovo ciclo.

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