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Servizio di Maurizio Longhi – Vice Direttore FBW @riproduzione riservata
Chi viene e chi va. Chi più di lui può saperlo visto che lavora in Tangenziale, al casello, dove la vita scorre, anzi, corre. Corre, sì, ma non troppo, perché quella dell’autocontrollo è una regola a cui non si può derogare. Chi, invece, deve procedere a velocità supersoniche è il Portici, che è anche il suo Portici. Amedeo Di Foggia ama la squadra della sua città alla follia, e la pensa anche quando effettua i turni al lavoro. Può stare anche in servizio di notte ma, quando la mattina c’è la partita del Portici, del suo Portici, l’appuntamento con il meritato riposo viene rimandato perché può mai dormire uno come lui sapendo che sta giocando la sua squadra del cuore? Assolutamente! Quando lavora il suo posto è in Tangenziale, ma quando gioca il Portici, il suo habitat è sugli spalti, che sia in casa o in trasferta, lui c’è. Ora la speranza sua, e quella di tutti i porticesi, è che il Portici dalla Tangenziale possa imboccare l’Autostrada dirigendosi fuori regione, perché significa che si è abbandonata l’Eccellenza, una categoria che sta sin troppo stretta ad una piazza così. Quando ci si innamora, si entra così in un’altra dimensione che il cuore batte forte, più che parlare si farfuglia qualcosa senza un senso compiuto e si perde la cognizione del tempo e dello spazio. Però, quando ritorna la lucidità, ci si ricorda tutto, nei minimi dettagli, come se il cuore congelasse tutto per poi scioglierlo.

ALLE ORIGINI DI UNA PASSIONE. Sempre bello scoprire come sia nata la passione di seguire il Portici. Amedeo Di Foggia è uno di quei tifosi veraci, che amano la maglia della propria città, per una storia d’amore che ha qualcosa di fiabesco: “Era metà marzo del ’74 e un pomeriggio, con degli amici, ci recammo al “Cocozza”. Non avevo mai visto prima un campo di calcio e mi interessai chiedendo che squadra giocasse in quell’impianto. Mi dissero che vi giocava il Portici, la squadra della città, e che militava in serie D. Così la domenica andai a vedere la partita, si giocava Portici-Ischia e lì scattò la scintilla. Vincemmo 1-0 e da lì non me ne persi più una. In quell’anno, ci salvammo e l’amore fu così travolgente che mi interessai anche sul passato del Portici, un po’ come quando incontri la donna della tua vita e vuoi sapere tutto di lei. Venni a sapere che intorno alla fine degli anni Sessanta, era stata sfiorata anche la serie C e iniziavo a sognare un Portici tra i professionisti. Certo, quella serie D era molto prestigiosa, dal Lazio in giù c’erano trasferte lunghe e memorabili. Poi, purtroppo, abbandonammo quella categoria e iniziammo un cammino piuttosto altalenante, si vivacchiava senza un progetto veramente ambizioso. La svolta ci fu intorno alla metà degli anni Ottanta. Era la stagione ’85-’86 e il Portici si ritrovò con due squadre nello stesso girone. Fu fondata la Portici New Line, che era un autentico squadrone rispetto al Portici 1906. Era il campionato di Promozione, subito dopo veniva la D perché l’Eccellenza non esisteva ancora, e quel Portici sfiorò la vittoria del campionato. O meglio, il campionato, se la memoria non mi inganna, lo vinse con un punto di vantaggio sul Casoria a cui, però, fu assegnata una vittoria a tavolino provocando il ribaltone al vertice. A poche giornate dalla fine, al “Cocozza” si giocò proprio lo scontro diretto, andai a gufare perché il mio cuore batteva per il 1906, ma quella squadra era così forte che piegò la sua antagonista balzando in testa. Quel Portici 1906 disputò un campionato anonimo ma l’anno successivo, forse proprio per la rivalità con l’altra squadra della città, costruì una corazzata. Era la stagione ’86-’87 ma che cos’era quella squadra? Cannibalesca. 14 vittorie su 15 in casa, 8 vittorie su 15 in trasferta, un ruolino di marcia impressionante. Uno dei punti di forza di quel Portici era proprio Giuseppe Manzo, il papà di Tommaso, lui che segnò il gol del 2-1 proprio nella stracittadina, un derby sentitissimo. Vincemmo sia all’andata che al ritorno, sempre di misura, ma racconto un aneddoto proprio nella trasferta di Pimonte, la prima gara di questa stagione. Vincemmo 1-4 ma la particolarità è che l’arbitro, un signore di Catanzaro, si ritrovò senza guardalinee ma si giocò lo stesso anche se l’effetto era strano. Un’ultima cosa mi sento di dirla, perché quella squadra era proprio uno spettacolo. Pur chiudendo al primo posto, si rischiava di non approdare nella categoria superiore perché la Promozione era a tre gironi. Si scontravano le prime tre e una doveva restare fuori. Ci toccarono Arzanese e Sant’Antonio Abate, due squadroni, si giocava a Nola. Battemmo i primi 2-1 e impattammo 0-0 contro i secondi, alla fine, restò fuori l’Arzanese”.
ALTRI RICORDI. Quel Portici-Ischia fu il primo amore, ma poi ci sono altre tappe, altre imprese destinate a restare incise nella memoria: “Ce ne sono tante che è compito arduo individuarne solo alcune. Penso ad un Portici-Savoia giocato al “San Ciro”, eravamo sotto di un gol, ma segnammo il 2-2 con un gol da cineteca, praticamente da centrocampo, restammo tutti a bocca aperta per quella prodezza. Poi i gol di Foggia contro il Cerignola, uno contro l’Ercolanese dove disorientò tutta la difesa avversaria finanche il portiere. Invece, per citare una partita più recente, penso al folle pomeriggio di Teggiano, come l’ho subito definito. Vincere in quel modo ha avuto qualcosa di pazzesco, appunto, di folle. Forse furono un po’ folli anche gli avversari che erano in vantaggio di tre uomini, mancava meno di un minuto, subire un gol in quel modo, fu tremendo. Però, mi restò impresso il comportamento esemplare del pubblico di casa. Nonostante avessero perso un intero campionato, applaudirono la loro squadra, arrotolarono le bandiere e andarono via con una grande compostezza. Sinceramente, se fosse successo in qualche altra città città della Campania, non so se la reazione sarebbe stata la stessa. Diciamo che è stato il tipico atteggiamento che deve contraddistinguere uno sconfitto. Si sono rimboccati le maniche nonostante la grandissima amarezza e l’anno successivo hanno vinto il campionato”.
CALCIATORI. Amedeo Di Foggia ha un pensiero che si sposa alla perfezione con questo calcio moderno in cui sembra non esserci più posto per le bandiere: “Ho una mia visione del calcio e anche dei calciatori, magari cinica e non condivisibile, però, il bello è che ognuno la pensa in un modo. Ringrazio tutti i giocatori che hanno dato tutto per la maglia del Portici, c’è chi ci ha fatto divertire e sognare ma gli interpreti passano ciò che resta è la maglia. Sono del parere che i giocatori debbano essere applauditi e apprezzati ma non mitizzati perché sono uomini e, quindi, soggetti a passioni, sbandamenti ed errori. La riconoscenza ci deve essere ma nel calcio serve la testa, quella che ti porta ad avere una visione lungimirante. Così come succede nella vita, anche nel calcio i cicli finiscono. Penso a tutti quei giocatori che ci hanno portato in Eccellenza, non li ringrazierò mai abbastanza ma, se poi molti non sono stati riconfermati, non significa che si fossero imbrocchiti ma è perché, probabilmente, avevano già dato tutto per il Portici e occorrevano forze nuove”.
AMORE PER LA CITTA’. Chi ama il Portici non può non amare Portici. Una città che si lascia ammirare e contemplare da ogni angolazione: “Qui ci sono nato e, come dico sempre anche a mia moglie, in Campania potrei vivere solo a Portici, altrimenti meglio andare fuori regione. Lo dico perché abbiamo tutto non ci manca niente, siamo sicuramente una perla dell’area vesuviana. Ci sono scuole dalle elementari fino all’Università, bellezze di ogni genere, dobbiamo essere orgogliosi della nostra città. Per quanto ci siano altre zone incantevoli nella nostra regione, penso alla costiera, ma Portici esercita un fascino magnetico a cui non si può resistere, per questo dico che in Campania non potrei vivere altrove se non all’ombra della Reggia”.
SOGNO LA D. Una frase che accomuna tutti coloro che seguono il Portici. Il campionato è ormai alle porte, dopo la convincente vittoria a Baiano nel turno di coppa Italia, arriva la trasferta di Pimonte. In città c’è entusiasmo perché si punta in alto: “Sono molto fiducioso, la squadra è competitiva e potrà essere protagonista. Dopo tre anni di Eccellenza, vedo anche una crescita a livello societario e anche questo mi lascia ben sperare. La squadra è un po’ figlia della società e, quando c’è quest’equilibrio come quello che prevedo nel nostro girone, la serietà di una società gioca un ruolo fondamentale se non decisivo. Credo che sarà un campionato un po’ anomalo, perché non si parte con la schiacciasassi, tre anni fa c’era la Frattese, due anni fa la Turris, l’anno scorso l’Herculaneum, adesso ce ne sono almeno sette che puntano in alto. Per vincere, poi, non basta dotarsi solo dei giocatori migliori, per quanto sia importante avere chi ti fa la differenza, ma entrano in gioco tanti fattori. Rispetto all’anno scorso, abbiamo colmato alcune lacune, sia in attacco dove ci mancava quel classico centravanti d’area di rigore e sia in difesa con elementi che offrono più garanzie, ma abbiamo sempre l’handicap dello stadio. Praticamente non giochiamo mai in casa ed è un vero peccato se pensiamo che il “San Ciro” negli anni Ottanta era il nostro fiore all’occhiello. Chi veniva a giocare a Portici, restava sempre colpito dal nostro stadio, vederlo ridotto in queste condizioni, è un dolore. Ritornando a noi, ripeto che sono fiducioso, anche mister Borrelli sicuramente è consapevole che avrà un ruolo molto più difficile rispetto allo scorso anno e sarà fondamentale riuscire a mantenere gli equilibri di gruppo. Ora aspettiamo la trasferta di Pimonte, è un campo molto ostico, portare i tre punti a casa e mettersi alle spalle questa insidia, farà crescere l’entusiasmo generale”.
TIFOSI, VENITE. Quella di Amedeo Di Foggia è stata una testimonianza forte e toccante, uno come lui, sicuramente può trasmettere la bellezza di seguire il Portici ed esortare tutti a farlo, soprattutto gli indecisi: “Mi limito a consigliare a queste persone di sfogliare qualche giornale o fare delle ricerche andando a vedere la situazione del Portici nel 2009 e quella attuale, poi ognuno è libero di scegliere se vale la pena o meno spendere cinque euro e venire a sostenere la squadra. Giocavamo contro squadre dai nomi fantasiosi, ora ci apprestiamo a giocarci le nostre chance per approdare in serie D, nel dilettantismo nazionale. Non ringrazierò mai abbastanza chi ha permesso al Portici di rinascere, siamo ripartiti dal basso, conservando sempre la nostra identità, e ora abbiamo ripreso a sognare. Ricordo una mattina di quell’anno in cui si ripartì dalla Terza Categoria, ero al mercato e dalla vetrina di una panetteria vidi questo piccolo manifesto in cui mi colpì particolarmente una frase: il Portici ai porticesi. Capii che era un progetto serio, nato da un atto di amore, e non mi sbagliavo. C’era chi provava a distogliermi dal pensiero di venire a vedere il Portici giocare contro squadre improponibili ma ora la scalata è stata compiuta e magari il meglio deve ancora venire”.

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