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Diciamocela tutta, e forse con un pizzico di presunzione di “categoria”: tra i doveri dei giornalisti ci sarebbe anche quello di fare educazione e produrre orientamenti. Magari di fornire ai lettori mezzi e strumenti (quando possibile) per giudicare e vivisezionare vicende e comportamenti senza incrostazioni o strani veli che non aiutano a capire o, peggio ancora, confondono le idee di chi, invece, vorrebbe proprio capirne di più. Il tutto sia chiaro, non prescindendo mai dai fatti, di cui le opinioni possono essere solo un’appendice. Una premessa è d’obbligo: il tenore degli striscioni apparsi negli ultimi giorni contro Aurelio De Laurentiis va respinto senza se e senza ma. In casi come questi, ogni tentennamento può essere solo deleterio ed ipocrita. Qualsiasi manifestazione di dissenso è lecita, ancora meglio se espressa con mezzi visibili, facilmente percepibili ed eclatanti. Offese e minacce, tuttavia, non sono ammissibili. Non in un consesso civile. E poi, da un lato, finiscono per fornire un alibi fin troppo comodo (come sta evidentemente accadendo) ad avvocati, soldati e corifei “a prescindere” del patron azzurro. Da un altro, indeboliscono la causa di chi a vario titolo sta portando avanti una linea critica nei confronti del produttore cinematografico romano e lo fa servendosi di argomenti concreti, dati di fatto e riscontri inoppugnabili. Non è un caso che parte della stampa partenopea “filogovernativa” si sia subito gettata con tanto di artigli affilati e labbra bollenti su cotanto pasto prelibato per dipingere un’attualità che, invero, non combacia perfettamente con la realtà di ciò che fermenta nell’ambiente del tifo azzurro. Si è scritto: è una protesta di una esigua minoranza. Nulla di più fuorviante. Basta addentrarsi un po’ nei social o, semplicemente, viverla questa città lontano da un pc e da una scrivania, per uscirne con la certezza che non è affatto così. Il malcontento generale verso De Laurentiis è reale, effettivo, immanente. Non è assoluto e definitivo, ma è largo e per certi tratti irreversibile. Un articolo redatto su un noto sito di opinione napoletano si chiede se, a garanzia di questa tesi, sia “stata effettuata un’indagine demoscopica che non viene citata”. Ovvio che non esiste alcuno “studio” in materia. Nè noi possiamo azzardarci a tracciare numeri e percentuali senza alcun riferimento concreto. Ma chi parla di dissenso minoritario probabilmente non ha una percezione fertile e fedele di ciò che sta davvero succedendo in queste settimane durante le quali il bubbone è inevitabilmente scoppiato. Sorprende ancor di più che un noto quotidiano cittadino, per avvalorare la teoria della marginalità, la propria indagine giornalistica la vada a fare nelle case dei rappresentanti delle due associazioni di Club che racchiudono parte del tifo organizzato (perchè poi esistono gli ultras, i gruppi di appassionati sciolti e senza vincoli, i tifosi comuni che incontri al bar o alla posta, anche quelli meritevoli di ascolto). Saremmo poi curiosi di sapere se Marchitelli (Acan) e Passaretti (Ainc) abbiano mai affrontato con i loro associati la linea da intraprendere verso la gestione di Aurelio De Laurentiis. Nelle organizzazioni democratiche ci viene il sospetto che funzioni così. Si cerca, insomma, di narcotizzare, di sminuire, di ridurre a timido balbettio ciò che proprio irrilevante non è. Ma tant’è, neanche i numeri fanno riflettere i fautori del politically correct: 5000 paganti per la gara di stasera col Monaco e 8000 per quella precedente col Nizza (prima della decisione di aprire le porte a tutti e schizzare intorno ai 40mila presenti) non sono proprio segnali di favore ed amicizia verso De Laurentiis e la sua conduzione. Se poi qualche zelante li vorrà nascondere o, addirittura, giustificare con la fuga per le ferie, il caldo o il buco dell’ozono, faccia pure. A proposito: anche la determinazione societaria con la quale i tifosi hanno potuto godere dell’accesso libero per la festa dei novant’anni del club azzurro, è stata descritta dalla stampa di casa nostra come un atto di magnanimità del “caro” presidente, sensibile, a loro dire, ad una partecipazione di massa del pubblico partenopeo ad una serata indimenticabile. Nessuno che l’abbia etichettata per quello che era: un’ammissione di colpevolezza, un tentativo di redenzione assai tardivo (campagna acquisti che non decolla, senso generale di sfiducia e pessimismo, impazienza), una operazione di maquillage in un momento non esaltante di credibilità. Altro che vincitore: il presidente ne è uscito sconfitto, almeno agli occhi di chi guarda al di là del proprio naso. Poi, certo, in questo psicodramma collettivo ha inciso anche lo sfogo rumoroso di De Laurentiis in conferenza stampa: “Dodici anni fa eravate nella m…., fidatevi di me”. Quello sì che è stato uno spartiacque, un’eruzione inattesa che ha finito per lacerare ancora di più il tifo. Anche in questo caso, opinionisti e giornalisti novelli Perry Mason sono riusciti a produrre una perla tutta da gustare: “Eh ma ce l’aveva con Gennaro Montuori, mica col Napoli? Lui lo aveva provocato”. Come se l’antipatia (giustificata o meno) per un interlocutore avesse potuto legittimare il contenuto e il significato di una esternazione simile. Ve lo immaginate Silvio Berlusconi, contestatissimo da anni ed invitato più volte dai tifosi rossoneri a togliere il disturbo, dire: “30 anni fa stavate nella m…. con Giussy Farina, io vi ho reso il club più vincente al mondo”? Ovviamente non è mai successo nulla di tutto ciò e dubitiamo che succederà. L’ex presidente del Consiglio, famoso per ben altri eccessi (verbali e non), è persona fin troppo furba per non comprendere storia, pulsioni ed aspettative del suo mondo (oramai ex). A De Laurentiis, invece, viene perdonato un po’ tutto dal suo corposo cerchio magico. Chi non lo fa, corre il rischio di trovarsi sotto la scure di qualche accredito misteriosamente tagliato (è accaduto a Pianeta Azzurro per l’amichevole di questa sera ed a loro vogliamo esprimere solidarietà). Forse, per dirla con Antonio Corbo, il presidente del Napoli dovrebbe trasformarsi da “impresario attento agli affari a presidente tifoso. Deve convertire la propria immagine assorbendo i sogni dei tifosi”. Aggiungiamo noi, se imparasse a rispettarne anche storia e speranze, senza trattarli come volgo a cui elargire elemosina come per le brioches di Maria Antonietta, sarebbe assai meglio. Sarebbe già una inversione di tendenza apprezzabile. In attesa, magari, che qualcuno gli suggerisca strategie comunicative più appropriate.

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