16 Maggio 2026
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Memorial D’Auria-Minopoli, gli aneddoti del Campania Puteolana nelle confessioni di quattro ex

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A CURA DI STEFANO SICA

Anellino, Vio, Marino, Costa, Bigotto, Pivotto, Varriale, Sacco, Collaro, Battaglia e Sarnelli. Una poesia che si imparava in fretta e si recitava a memoria. Un endecasillabo rinforzato, immortale nella sua assoluta immensità. Erano gli 11 eroi del 1989, quelli che sotto la guida tecnica di Canè approdarono in C1 anche grazie all’apporto di tante colonne spesso irrinunciabili. Elementi tutt’altro che comprimari: Pasquale Salerno, Vincenzo Liguori, Giuseppe Bonanno, Federico Maci e Riccardo Prostamo, impreziositi dalla dedizione di Giuseppe Foti, Massimiliano Crisci, Antonio Naccari e Vincenzo Di Filippo (atleti con meno presenze ma protagonisti di un contributo alla causa importante). Per sei anni, dal 1986 al 1992, il Campania Puteolana ha fatto sognare e divertire, restituendo prestigio e onore ad una città che aveva un po’ smarrito le coordinate del grande calcio. Tutto ciò nonostante gli alti e bassi che avrebbero poi relegato i granata in Promozione regionale al termine di questa lunga avventura. Quella squadra che tornò in C1 dopo un solo anno di purgatorio, non era stata programmata per vincere. E forse in pochi lo ricordano. Si andò a disputare la “prima”a Castellammare di Stabia l’11 settembre del 1988 in un’atmosfera spettrale, con i tifosi delle Vespe in piena contestazione e in un Menti semivuoto. Ma quel Campania Puteolana affidato alle cure del patron-dentista Antonio Morra Greco era in piena fase riorganizzativa, finanziaria e societaria. Anche i tifosi granata nel settore ospite erano ben pochi. Scorie di una retrocessione bruciante, sebbene successivamente il Conte sarebbe diventato un fortino in cui non c’era posto neanche per uno spillo. Quel 3-0 griffato Sarnelli (doppietta) e Battaglia diede inizio alla cavalcata in una ipnosi collettiva che disegnò contorni e sfumature di un’annata magica. Per i flegrei fu l’apoteosi, al termine di un viaggio ad alta quota ed a briglie sciolte. Niente e nessuno avrebbe potuto fermare quella squadra. E infatti nessuno ci riuscì.

Nel corso del 1° Memorial “D’Auria-Minopoli”, FootballWeb ha ascoltato in esclusiva la voce di alcuni protagonisti di quella stagione. Gaetano Costa, catanese classe ’60, libero e capitano di quel gruppo; Lorenzo Battaglia, barese del ’68, il classico numero 10 che ammaliava le folle con una magia o un’invenzione; Stefano Sacco, casertano classe ’61, una vita da mediano capace di coniugare corsa e quantità con una qualità indiscutibile.

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Con i granata, Costa ha messo a segno tre reti in 55 presenze totali. Al di là della classe sopraffina che lo distingueva, la sua eleganza nel portamento e nella costruzione bassa era già un modello d’esportazione. Le chiavi della retroguardia erano nelle sue mani e solo lui poteva disporre e comandare in quella linea difensiva, lasciando a Bigotto compiti di marcatura sull’uomo. Lui, il Capitano. Con Pozzuoli è stata empatia immediata, un amore reciproco che ancora oggi sfida l’acredine del tempo che passa. Decisivo il suo gol su punizione al Sorrento in un 1-0 al Conte maturato a fatica nella ripresa. Ci mise una mano maldestra il portiere costiero Mancini, che non bloccò la conclusione centrale del difensore siciliano mandando su tutte le furie – in un racconto rimasto memorabile – lo storico radiocronista sorrentino Fulvio Cascone, presente anche quel giorno ad Arco Felice. Partita tirata e nervosa, portata a casa persino in inferiorità numerica per il rosso a Stefano Sacco (giustizia sommaria su Pivetta che aveva letteralmente falciato Battaglia, autore di un dribbling irridente) ma che rappresentò la svolta per i granata, quel giorno di febbraio in campo di sabato quando si era appena all’inizio del girone di ritorno. “E’ stata un’annata meravigliosa, forse irripetibile perché ci andò tutto troppo bene – le parole di Costa -. Le nostre vittorie le meritammo sul campo, ma piccoli episodi come pali o occasioni fallite dagli avversari in momenti decisivi, furono segnali eclatanti. Quel gruppo era composto da uomini veri, che si erano incollati sulla pelle la maglietta granata. Un attaccamento che oggi non è facilmente riscontrabile in tanti ragazzi che vivono magari di qualche tatuaggio e conoscono poco il sacrificio. All’epoca non c’erano i borsoni comodi, le magliette di un certo tipo, le scarpe belle e appariscenti. C’era solo tanto amore verso la maglia che si indossava. Nel caso nostro c’era pure un grande trasporto verso una città bellissima come Pozzuoli che porterò nel cuore per tutta la mia vita e che è una delle terre più belle al mondo. Avevo fatto già qualche anno di militanza col Campania Ponticelli, sfiorando anche la B. Poi fui chiamato dal presidente Morra Greco e da Riccardo Franceschini che avevano ripreso il club a Pozzuoli dopo averlo ceduto in un primo momento a Mauriello. Avevo appena vinto un campionato a Giarre ma, appena mi arrivò la chiamata da Pozzuoli, non ci ho pensato due volte e sono letteralmente scappato qui. Pozzuoli l’ho vissuta dentro di me attraverso un episodio relativo alla trasferta di Crotone, sette giorni dopo la vittoria col Sorrento. Ebbi uno scontro fortuito con Vio e mi scattò uno pneumotorace (Costa rimase fermo per due mesi rientrando nella trasferta di Afragola, ndr). Rischiai la vita. Fui ricoverato al Monaldi e vidi un viavai spaventoso nella mia sala con tante persone che mi vennero a trovare. Un affetto che ancora oggi mi commuove”.

Tredici gol in 32 apparizioni, invece, per Lorenzo Battaglia con la maglia granata. L’Avellino, dopo averlo girato con troppa leggerezza in Interregionale al Corato, lo richiamò all’ovile in serie B. Un affare concluso già molto tempo prima che finisse il campionato, viste le prestazioni dell’asso barese. “Ero all’inizio della mia carriera e fu un’annata bellissima e formativa per me – l’esordio di Battaglia -. Non avevo esperienza e mi trovai già in un gruppo forte e di grande personalità. Ritornare qui dopo 28 anni, ritrovando tanti amici ed immergendomi in ricordi fantastici, è bello ed impagabile. Anche perché non capita a tutti di vivere emozioni simili. Quel girone era agguerrito, c’erano squadre davvero importanti. Ma con lo spirito e la voglia abbiamo vinto. Si sono fusi l’esperienza di alcuni elementi chiave col mio stato di grazia. Io pensavo solo ad allenarmi e a diventare qualcuno, come era nei miei sogni. Ecco perché rimasi concentrato e determinato a dare il meglio fino alla fine, nonostante il ritorno ad Avellino fosse già fatto. Il gol più bello? Quello in casa col Siracusa, sicuramente (in un sabato di fine novembre i granata vinsero 1-0 con un suo diagonale su suggerimento perfetto di Collaro, beffando l’uscita di Torchia. Gli aretusei arrivarono secondi a fine campionato, ndr)”.

Stefano Sacco di gol ne fece cinque in 30 gare coi flegrei in quella stagione stellare. Segno, come si diceva, di una tecnica di base che non si limitava solo alla classica fase di interdizione. Del giocatore casertano era ammirevole la corsa, la tenacia, la voglia di non mollare mai. Ad affiancarlo nel reparto c’erano quasi sempre Silvano Pivotto (che agiva da classico regista) e Vincenzo Varriale, anche se moltissime partite le disputarono pure Vincenzo Liguori e Pasquale Salerno. “La nostra era una squadra compatta ed era facile giocare per tutti – l’incipit di Sacco -. Era bellissimo allenarsi, era fantastico giocarci. Ingredienti fondamentali che ci fecero ottenere quello che tutti sapete. Non bisogna dimenticare che quel gruppo fu assemblato in poco tempo. Ecco perché quei successi sono stati qualcosa di irripetibile. Non potevo mancare a questo evento. Ho voluto esserci a tutti i costi perché tornare a Pozzuoli mi emoziona sempre. Fu un anno per me indimenticabile, anche se la stagione successiva mi infortunai gravemente. Ma è stata una parentesi della mia carriera che porterò per sempre con me. Ora ho una scuola calcio a Caserta con degli amici, mi diverto ad allenare i giovani. Però ho un rammarico: quella squadra fu smembrata l’anno successivo e ancora oggi non capisco il perché. Ho un dubbio: dove saremmo arrivati la stagione successiva in C1 se quel gruppo fosse rimasto intatto? Noi vincemmo quel campionato di C2 con sei giornate d’anticipo, dimostrando in lungo e in largo di essere superiori alle altre. Di sicuro saremmo rimasti ai vertici in C1, saremmo stati protagonisti. Ma purtroppo andò così. Oggi si parla di moduli ma ci vogliono principalmente gli uomini e i calciatori”.

Finalino con Giorgio Lunerti, che da pochi giorni ha compiuto 57 anni. Lui in granata ci approdò solo nella stagione 1989-90, contribuendo però alla storica salvezza dopo lo spareggio col Brindisi vinto 3-2 a Cosenza il 7 giugno davanti a oltre 2000 tifosi flegrei. Tre gol in 55 minuti (il secondo su rigore), prima del ritorno brindisino guidato dal bomber Marcello Prima ma che, fortunatamente, non sortì effetti. Per il bucaniere di San Benedetto del Tronto fu toccata e fuga a Pozzuoli. Dopo aver lasciato tuttavia un timbro indelebile e aver seminato un ricordo di sè indistruttibile. Con 16 centri, infatti, Lunerti è stato il bomber più prolifico della storia del Campania Puteolana (28 le presenze), tallonato da Battaglia (13) e Luca Nistri (12). La punta marchigiana emigrò poi a Palermo, affrontando da avversaria i diavoli rossi il 2 dicembre del 1990 alla Favorita nel 2-1 rosanero. Segnò per i granata Nistri, mentre nel Palermo militava l’attuale tecnico della Paganese, Massimiliano Favo. Dal tridente Collaro-Battaglia-Sarnelli a quello Lunerti-Tomasino-Sciarappa (ma anche Maurizio Coppola) nel giro di pochi mesi. Grandi firme per una grande maglia. “Abbiamo sofferto molto in quella annata – i suoi ricordi -. La squadra era nuova e si sa che l’amalgama serve tanto per le fortune di un gruppo. Stavamo facendo anche benino ma sei sconfitte di fila nel girone di ritorno ci relegarono nei bassifondi della classifica. Ci riprendemmo un po’ ma non riuscimmo ad evitare lo spareggio. Poi tutto finì in modo positivo. Per i 16 gol fatti devo ringraziare i miei compagni: è stato anche per merito loro che riuscivo spesso a metterla dentro. Un attaccante da solo non può fare tutti quei gol. Una cosa, però, voglio ricordarla: non si sarà vinto tanto, ma il nostro era un gran bel gruppo. Prima c’erano dei valori che adesso sono rari. C’era l’attaccamento alla maglia e ai compagni. Giocava chi meritava ma soprattutto chi aveva dei valori morali importanti. Non è che scendeva in campo chi doveva essere per forza valorizzato. Nessuno di noi pensava ad elemosinare un contratto o a rinchiudersi nella propria sfera. Siamo stati tutti bravi quell’anno, compresi i magazzinieri, i massaggiatori, i dottori, i giornalisti e, chiaramente, i tifosi. Tutti coloro che hanno girato intorno a quella squadra sono stati importanti. Volevamo salvarci a tutti i costi e ci siamo riusciti”.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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