16 Maggio 2026
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Il Mondiale del 42…. un mondiale sconosciuto

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La stagione calcistica 2022/23, appena iniziata, nasce con una particolarità, sarà una stagione anomala, Nei primi di agosto tutti o quasi i campionati di calcio hanno già dato il loro calcio d’inizio, dato che tra fine ottobre e metà novembre si fermeranno per circa 2 mesi giorno più giorno meno. Un fermo che si rende necessario per dare spazio alla prima edizione di un campionato mondiale autunnale. Ma sarebbe troppo facile parlarvi di un nuovo mondiale senza l’Italia. Quindi noi non vogliamo parlarvi di Qatar 2022. Vi vogliamo raccontare del Mondiale di Patagonia, andato in scena nel lontano 1942. Questa edizione a dir poco curiosa ed anomala, che al tempo stesso si tiene in un alone di mistero e curiosità. SI disputò quando nel vecchio continente piovevano ancora bombe, e la guerra ancora non vedeva una fine. Questo Mondiale (a noi piace chiamarlo), con i suoi accadimenti, si sono tramandati a parole da padre in figlio, da nonno a nipote e cosi via, finchè non ne hanno fatto un film documentario, dei racconti in libri, e perfino la collana di fumetti Martin Mystere gli ha dedicato un numero. La mente e creatore di questa competizione fu il Conte Vladimir Otz, un ebreo emigrato dai Balcani alla Patagonia argentina con la figlia Helena. Un personaggio visionario e bizzarro,  un autentico mecenate, collezionista accanito di ciò che ruotava attorno al mondo del calcio, nonché sedicente amico personale del fondatore del vero Mondiale con egida Fifa, Jules Rimet. maggio 1941 Considerava la Coppa del Mondo un deterrente alle bombe, preso da questo animo, nel scrive ai capi di stato europei il seguente telegramma: “L’imbecillità dei regimi non ucciderà questo sport”. Il Conte, era fortemente intenzionato a organizzare i mondiali di calcio in Patagonia, in un punto imprecisato di terra secca tra lo stretto di Magellano e il fiume Colorado, tra le Ande e l’Atlantico. Seguirono polemiche,e boicottaggi. Però tra il silenzio mediatico totale, in quel posto lontano dai bombardamenti, in barba alle decretate sospensioni sportive, dodici squadre – che rappresentavano altrettanti Paesi – si affrontarono nei Giochi Mondiali di Calcio del 1942. L’Italia, era presente con una rappresentativa fatta da atleti “di recupero”: erano poveri operai, minatori, gente in fuga, circensi, alcuni erano immigrati giunti in Sudamerica per lavorare a una enorme diga in mezzo al deserto… gli italiani per provare a vincere, fecero una colletta per far arrivare due professionisti. Per la Patagonia giocò una squadra composta da indios mapuche, che attirarono subito simpatie e antipatie condite dal vento razzista. Intanto se oggi se ne parla con insistenza, lo si deve a Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella, che nel 2012 decidono di dare a quello che era leggenda, una forma, quella del documentario, utilizzando una commistione di fonti autentiche per ricostruire le pagine mancanti delle cronache sportive, in un viaggio nella Patagonia di ieri e di oggi, con la complicità di grandi nomi del calcio mondiale: i giocatori Roberto Baggio, Gary Lineker e Jorge Valdano, il presidente onorario della Fifa João Havelange, gli storici Pierre Lanfranchi e Osvaldo Bayer, i giornalisti sportivi Darwin Pastorin e Sergio Levinsky, con il ruolo di detective nella ricerca di documenti e guida le interviste ai testimoni dell’epoca, come Antonio Battilocchi, toscano terzino destro che nella sua casa di Massaciuccoli custodisce ancora la maglia della Nazionale che giocò nel 1942.  L’hanno giocato o no il Campionato del Mondo nel 1942? Ci sono libri e film, racconti e testimonianze che dicono l’una e l’altra cosa. Ora torniamo a raccontarvi un po’ di storia. L’ultimo campionato riconosciuto è quello del 1938, giocato in Francia e vinto dall’Italia del Ct Vittorio Pozzo. Poi, ufficialmente, si passa a quello del 1950, giocato in Brasile vinto dall’Uruguay. Ma nel frattempo, c’è stata la guerra, ma non in Argentina dove, proprio perché estranea al conflitto, erano arrivati immigrati da tutto il mondo: russi, gli ebrei in fuga da Hitler, italiani antifascisti, ma anche francesi, spagnoli, polacchi, inglesi. In Argentina c’era lavoro per tutti, ed ecco arrivare gente dal Cile, dal Paraguay, dalla Bolivia. Molti italiani sono impegnati nella costruzione di una diga, operai specializzati tedeschi alla posa di un cavo sottomarino per collegare Europa e Sudamerica. E se c’è gente che viene da ogni parte, che facciamo, non si gioca il Mundial? Il Conte dopo i telegrammi incomincia a organizzare le squadre. Primo problema. Ci sono i Mapuche che vogliono giocare. Sono indios che vivono fra Cile e Argentina, ancora oggi (e sono circa 2 milioni) occupati in agricoltura. In pratica sono come i padroni di casa. La decisione di ammettere questa squadra, provoca la reazione di Cile e Argentina, che rifiutano la loro partecipazione. Fa niente, dice Otz. Si gioca lo stesso. Queste le 12 nazioni in campo: Italia, Patagonia, Polonia, Germania, Brasile, Scozia, Inghilterra, Unione Sovietica, Uruguay, Mapuche, Spagna e Francia. Ma c’è da trovare un un arbitro. Viene individuato in William Brett Cassidy. Questi si vanta di essere figlio del fuorilegge Butch Cassidy, arrivato in Argentina perché inseguito da tutti gli sceriffi degli Stati Uniti. Cassidy ha svaligiato banche, assaltato treni, rubato bestiame. E suo figlio che vuole fare l’arbitro? Lascia gli Usa per cercare fortuna in Sudamerica con un suo amico, e una ragazza, Edda Place, che forse è amante di tutti e due (infatti si fanno chiamare “la famiglia dei tre”). Cassidy va in campo senza il fischietto, ma chiede e ottiene di portare la pistola alla cintura. E qualche volta la usa: spara in aria per assegnare un rigore, per espellere un giocatore, e comunque per farsi rispettare. Arbitra tutte le partite eccetto Inghilterra-Mapuche, affidata al maresciallo Parlow, un militare inglese. I Mapuche protestano (usciranno comunque vincitori) ma in giro non c’è altro e Cassidy, si dice, è steso a letto per smaltire una sbornia. E fin troppo evidente che, attorno al torneo, c’è di tutto: alcool, scommesse, denaro e donne. Donne fatali e donne a pagamento, perché così va il mondo. E dopo le partite è facile, quasi sicuro, ritrovare i giocatori nei bordelli.

Dai che si gioca. Gli esuli italiani fanno una colletta per aggiungere due professionisti allo loro squadra. Sono un certo Bernini ed Hector Puricelli (uruguagio, negli anni della guerra in forza al Bologna ma poi finito per quattro anni al Milan e anche in Nazionale perché naturalizzato italiano. In campo, quasi tutto è lecito. I tedeschi giocano con una specie di elmetto (per proteggersi, dicono), altri hanno spilli per pungere gli avversari. Gli italiani prima della gara bruciano uno stemma fascista e intonano il Nabucco. Poi, si dice, lanciano polvere di peperoncino negli occhi dei rivali. William Brett Cassidy se ne accorge e, nella gara contro la Germania, assegna tre rigori ai tedeschi (che vincono 4-3 dopo i tempi supplementari). Opposta la versione degli azzurri che dicono di aver visto un pacchetto (contenente soldi) passare dalle mani dei tedeschi a quelle dell’arbitro.

Nell’altra semifinale, i Mapuche battono l’Inghilterra. Vanno in finale Germania e Mapuche, con il pronostico tutto a favore dei tedeschi che, pare, mandano un telegramma a Hitler, dicono di preparare i festeggiamenti, perché sicuri di battere gli indios locali. Invece i Mapuches sono ingestibili, corrono e saltano in ogni parte del campo senza logica. Si dice che qualcuno, prima della gara, abbia provato a rubare una porta. Di sicuro l’arbitro usa la pistola. Infatti si sentono dei colpi in aria per annullare un gol in fuorigioco. La partita sta per finire quando sul campo si abbatte un acquazzone. E i temporali, in Patagonia, fanno davvero paura. La gente scappa. Forse crolla anche parte di una diga che stanno costruendo gli italiani. C’è un fuggi fuggi generale. E comunque la Coppa la vincono (2-1 sulla Germania) i Mapuche. Però non riescono a impossessarsi del trofeo. Quello (se era in oro o no poco importa) se lo porta viva l’arbitro, che salta su un cavallo insieme al suo amico e alla ragazza che avevano in comune.

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