16 Maggio 2026
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A tu per tu con la psicologa dello sport Francesca Franchi

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Ci racconti qualcosa di Lei dove nasce dove ha vissuto: Sono nata a Crema, una piccola città in provincia di Cremona. Da bambina ho sempre mostrato una grande curiosità e una grande passione per lo sport, poter giocare con un pallone era la mia felicità. Dopo aver provato alcuni sport, a 8 anni ho incontrato il mondo della pallacanestro che è stato il mio pane quotidiana per anni… e lo è tutt’ora, insieme al calcio! A 20 anni mi sono trasferita a Milano, dove ho vissuto per 5 anni durante il periodo di studi e le prime esperienze lavorative. Dopo aver terminato l’iter di studi, il tirocinio post lauream ed infine l’esame di stato con la conseguente abilitazione alla professione, il successivo Master in Psicologia dello sport e la specializzazione in psicoterapia, ancora in corso, ho iniziato un’importante esperienza lavorativa in una Comunità Educativa per adolescenti in provincia di Lodi. Da qualche mese ho cercato di unire ancora di più le mie due passioni, la psicologia e lo sport, aprendo un nuovo capitolo della mia esperienza professionale. Faccio parte del gruppo FocuSport, occupandomi di formazione e consulenza a società sportive, quindi a tecnici e singoli atleti. Collabora con un Consultorio, dove mi occupo di progetti in contesti educativi, utilizzando anche l’attività motoria e lo sport per lo sviluppo delle Life Skills. Sempre in ambito sportivo, collaboro con la FIGC-Settore giovanile e scolastico. Inoltre, in ambito privato, mi occupo di supporto psicologico e psicoterapia per adolescenti, adulti e coppie.

 

Quando ha deciso di diventare una psicologa? Questa è una bella domanda. Prima di deciderlo, credo di averlo sentito. Durante le scuole superiori, avendo frequentato il Liceo delle Scienze Sociali, ho iniziato ben presto a masticare materie umanistiche. Ricordo che al secondo anno, per curiosità, presi in prestito nella biblioteca della mia città un libro di Freud, che trovavo parecchio difficoltoso da comprendere fino in fondo. Chiesi allora alla mia professoressa di Scienze Umane se poteva aiutarmi a capirlo e lei mi disse “Continua a leggerlo, vedrai che lo capirai poco alla volta”. Per anni ho provato a leggere quel libro, ogni volta era un pochino più chiaro e la mia curiosità aumentava sempre. Ecco quindi come ho capito di voler studiare psicologia (ovviamente andando ben oltre a Freud!). Ma, terminate le scuole superiori non mi sentivo pronta al punto giusto per iniziare quel percorso. Ho quindi iniziato un altro percorso di studi, mentre lavoravo. L’anno successivo, ho effettivamente iniziato a frequentare la facoltà di Scienze e tecniche psicologiche: era il mio momento.

 

Lei lavora per la FIGC ci descriva la Sua attività. Collaboro con la FIGC – Settore Giovanile e Scolastico, in particolar modo nell’Area di Sviluppo Territoriale (AST) di Pavia e di Lodi. Il mio compito è di intervenire a sostegno delle diverse figure presenti, quindi tecnici FIGC, tecnici delle società sportive del territorio, dirigenti e atleti, affrontando le problematiche di carattere psicologico. Attraverso le AST, portiamo sul territorio la metodologia FIGC per creare un ambiente che permetta di offrire ai piccoli atleti la migliore esperienza sportiva possibile. Tale metodologia viene da noi considerata la più efficace al fine di accompagnare nella crescita un giocatore pensante, in grado di prendere autonomamente decisioni nelle diverse situazioni di gioco, a lungo termine; quindi, non si tratta dell’unica o della migliore metodologia, ma viene considerata dalla FIGC come più efficace, fondata su studi e ricerche sul campo. Buona parte del mio lavoro è focalizzato sullo stile di conduzione dei tecnici, al fine di creare un clima sereno all’interno della squadra, sul miglioramento della collaborazione nello staff, sulla formazione in tema di comunicazione efficace, sullo sviluppo psicologico del bambino, sulle dinamiche di gruppo e gestione delle relazioni. Lo psicologo dello sport all’interno del SGS si occupa inoltre di formazione e informazioni per i genitori dei piccoli atleti, sostenendo l’importanza della valenza educativa e del divertimento.

 

Ha lavorato anche per squadre di club? Sì, con il gruppo FocuSport abbiamo lavorato e stiamo lavorando con diverse realtà sportive principalmente di calcio. Qual è il problema psicologico più frequente nei calciatori? Non parlerei tanto di problema psicologico, in quanto il termine stesso ci fa immediatamente venire in mente qualcosa di negativo. Preferisco piuttosto parlare di difficoltà, in quanto percepite più come transitorie e meno radicate rispetto a un “problema”. Non è semplice fare generalizzazioni in tal senso, ma facendo un grande sforzo di sintesi direi che la gestione dell’ansia da prestazione e la gestione dell’errore sono i temi più sentiti dai calciatori, chiaramente in relazione al livello a cui giocano.

 

 

Il rientro da un infortunio è sempre difficile come si può fare per far superare al calciatore la paura di farsi male di nuovo? Innanzitutto lo psicologo non fa “superare” al calciatore la paura, ma lo accompagna nel superamento di una specifica paura. Come ogni lavoro psicologico, non possiamo pensare che il professionista ci risolva il problema. L’unico vero e proprio strumento che lo psicologo ha a disposizione è se stesso e lavora attraverso la relazione con la persona. Deve essere quindi l’individuo, in questo caso il giocatore, a voler impegnarsi per tornare in campo e quindi a superare la sua paura.

Fatta questa premessa, è possibile utilizzare diverse tecniche con l’atleta infortunato in fase di recupero:

  • Il goal setting, quindi lavorare sull’obiettivo;
  • L’imagery, ovvero tecniche di immaginazione;
  • Il self talk, consiste nel dialogo interiore caratterizzato da auto motivazione, parole positive, indicazioni che l’atleta fornisce a se stesso;
  • Piano di realtà, di fondamentale importanza per gli infortuni traumatici.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Paura di vincere” come la spiega

 

Non credo ci sia un’unica lettura di tale fenomeno, lo si può spiegare in modi diversi ed è importante esplorare e comprendere con l’atleta cosa sottende la sua paura di vincere.

In alcuni casi, l’atleta con la “paura di vincere” potrebbe temere che la vittoria lo porti ad assumersi nuove responsabilità che non si sente in grado di prendere; ad esempio, l’idea che con una vittoria debba poi mantenere quel livello raggiunto. Quindi, la percezione di non essere in grado di mantenere un alto livello di prestazione, la paura di poter deludere le aspettative degli altri o di affrontare avversari più forti, potrebbero essere elementi favorevoli a tenere il livello di prestazione inferiore rispetto alle reali possibilità e capacità dell’atleta.

Spesso, invece, c’è la convinzione che la vittoria, il successo, richiedano delle abilità che quell’atleta ritiene di non possedere. Infatti, se un atleta appare e viene visto come dotato di grande potenziale, forte, con una forte personalità, non è detto che l’atleta si percepisca come tale; pertanto, potrebbe sorgere in lui la paura di non essere all’altezza delle aspettative delle persone che lo percepiscono come forte, ecc. In questo modo, l’atleta tenderà a mantenere il proprio livello leggermente inferiore rispetto a quanto effettivamente potrebbe mettere in campo, procrastinando il raggiungimento della vittoria.

Bisogna quindi capire cosa sottende quella paura, in quanto “la paura di vincere” non è uguale per ogni atleta che la sperimenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ha seguito anche altri sport

 

Direi che mi occupo anche di sport come strumento. Infatti, mi occupo di psicologia e sport anche nell’ambito della disabilità come strumento di inclusione e per lo sviluppo di competenze di vita, le così dette Life Skills, in ambiti educativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli ultimi anni la preparazione mentale è importante mentre prima non la si curava molto come spiega questo fenomeno

 

Penso sia cambiata proprio la concezione della persona, dell’atleta. Prima era meno diffusa la visione dell’atleta come sistema unico, nella sua integrità; si tendeva invece a concentrarsi sulle abilità fisiche e motorie, sulla tecnica e si parlava molto di talento. Con il tempo si è capito che la tecnica o le potenzialità fisiche prese singolarmente non portano necessariamente a una buona prestazione o alla vittoria. Il cervello, grazie alla sua plasticità, va allenato come ogni altro muscolo.

Negli anni, i numerosi studi che sono stati fatti nell’ambito della psicologia in ambito sportivo hanno portato sempre più prove a favore del fatto che un atleta mentalmente preparato raggiunga risultati migliori e, a partire dai grandi atleti, questa concezione si sta piano piano diffondendo anche ad altri livelli.

 

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Sono un bancario con la passione per il calcio ed il tennis. La mia squadra del cuore? Tifo Inter,
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