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Nel mondo del giornalismo, ci sono persone che hanno maturato una esperienza vastissima, godono della stima dei più in quanto a umanità, competenza e professionalità, eppure conservano una umiltà esemplare. Rino Cesarano è una storica firma de Il Corriere dello Sport, una penna di autorevolezza e spessore, con il quale si può parlare come si fa tra vecchi amici e dedica tutto il tempo necessario ad una conversazione. Lo fa con piacere, spogliandosi del suo rango di professionista affermato e colloquiando con estrema semplicità ma con una ricchezza di contenuti impressionante. Un confronto con lui non può che lasciare tantissimo, per uno scambio di battute e opinioni in cui si riceve e si apprende un’infinita di concetti. Com’è quel detto? Se ci si scambia una mela, ci si ritrova sempre con una mela ciascuno, ma a scambiarsi idee, ci si ritrova con più idee. Il confronto è arricchente di per sé e lo diventa ancora di più nella misura in cui si alza la qualità.
Fatta questa dovuta premessa, passiamo al punto della situazione in casa Napoli. Il focus viene incentrato soprattutto sull’Europa League, sebbene ci siano quattro giornate di campionato tutte da vivere con gli azzurri all’assalto del podio per disarcionare almeno una delle due capitoline. Sono stati giorni caratterizzati da un misto di amarezza e polemiche per la semifinale di andata contro il Dnipro. C’è l’amaro in bocca per il risultato, mentre la polemica è scoppiata per l’inadeguato arbitraggio che ha determinato l’1-1 finale. A Cesarano chiediamo di commentare ciò che ha visto in campo e di farci una sua personale disamina su un Napoli guardingo nel primo tempo e più intraprendente nella ripresa: “Ritengo che quella di aspettare e di capire l’atteggiamento del Dnipro sia stata una strategia studiata dal Napoli, un piano che poi prevedeva la fase 2, quella di attaccare e di andare all’assalto degli ucraini per far propria la partita. La squadra ci era anche riuscita ma poi, nell’unico affondo degli avversari, ci si è fatti beffare per la solita leggerezza difensiva. Il Napoli è molto più forte del Dnipro e non doveva proprio arrivare a concedere una simile occasione, non dovevano proprio creare quel fattore di pericolo e la scarsa attenzione di Ghoulam in fase difensiva ha determinato il pari avversario. È anche vero che l’eccessivo impiego dell’algerino fa sì che non sia sempre lucido, e qui entrerebbero in gioco altri fattori come la campagna rafforzamento che ha lasciato un po’ a desiderare. In quella fase, bisognava neutralizzare ogni tentativo d’attacco del Dnipro, evitando che potessero mettere una palla al centro così insidiosa perché poi un errore arbitrale ci può sempre stare. E qui parliamo anche della topica macroscopica della quaterna norvegese, il gol era chiaramente viziato da una posizione di fuorigioco ma, oltre a parlare della svista arbitrale, c’è anche un errore di natura tecnica che non me la sento di insabbiare. Il Napoli sulla catena di sinistra diventa vulnerabile perché Ghoulam è soggetto ad amnesie e poi quando c’è Mertens e non Insigne, la squadra assume un atteggiamento ancora più offensivo perché il belga non ha la disciplina tattica del partenopeo e la fase difensiva ne risente”.
Se Ghoulam è costretto a giocarle tutte è anche perché Strinic è fermo ai box, questo è lo spunto per toccare anche l’argomento mercato: “Quando è arrivato Strinic ho scritto un articolo in cui raccontavo che il croato è un giocatore che ha ha saltato i Mondiali, ha giocato poco nel Dnipro, ha problemi muscolari, per me non è stato un grande affare prelevarlo, seppur a parametro zero. Poi è successo che, appena impiegato, abbia disputato buone prestazioni a livello di diligenza tattica, e mi hanno detto che avevo preso un abbaglio quando il tempo mi ha dato ragione. Il giocatore, nel momento decisivo della stagione, è venuto meno per i soliti problemi muscolari e questo ha accentuato anche le deficienze dell’organico. Perché ora Ghoulam è costretto a fare gli straordinari, ci sarebbe Britos che potrebbe giocare come terzino sinistro ma viene schierato al centro perché Koulibaly non offre le garanzie dovute, allora sarebbe stato il caso di intervenire con maggiore intelligenza sul mercato, prendendo un altro centrale oltre all’ex Genk oppure un terzino sinistro più integro fisicamente. Ecco perché ritengo che siano stati commessi degli errori in fase di campagna acquisti, ci vuole chiarezza e trasparenza anche nelle strategie. La squadra, nonostante tutto, ha fatto molto bene in campo europeo anche per quanto riguarda il ranking, il lavoro va riconosciuto ma si è concentrati su una continuità intesa più come stabilizzazione ad un determinato livello e non sul salto di qualità. E se devo dire cosa serve, a mio avviso, per favorire il famoso salto di qualità, be’ dico che occorre qualche italiano in più e due o tre elementi di grande personalità, dei trascinatori come lo era Reina. Inutile girarci intorno, sono delle figure fondamentali per puntare ad obiettivi alti, prendiamo anche il caso della Roma, quando è iniziata la sua parabola discendente? Quando giocatori come Totti e De Rossi sono venuti meno e la squadra si è sfilacciata. Un altro aspetto oltre a questi due: c’è bisogno di creare un gruppo, compattarlo e addestrarlo tatticamente con un lavoro di continuità tecnico-tattica”. Per Cesarano ci sono ancora degli step da raggiungere per poter acquisire quella famosa mentalità vincente e ci si deve dotare di alcuni elementi che mancano. Ma è un discorso ben lungi dall’esaurirsi e offre i motivi anche per parlare del modulo beniteziano, che divide gli addetti ai lavori tra chi lo vede come una grana e chi come il futuro: “Esplico il concetto e lo allargo anche con un esempio riguardante una medio-piccola del campionato italiano: l’Empoli. Mister Sarri sono tre anni che sta portando avanti questo gruppo e si è venuta a creare un’armonia tecnico-tattica che porta frutti in qualsiasi contesto ci si trovi a giocare. Naturalmente lì è stato più semplice perché l’ambiente è paziente e non ci sono pressioni, mentre a Napoli non si potrebbe fare una cosa simile dove le aspettative sono subito altissime. Però, per far combaciare il discorso con una realtà come quella napoletana, c’è bisogno di carisma nello spogliatoio, una maggiore rappresentanza italiana e, come detto, un gruppo solido e, in ultimo, dei ricambi all’altezza. Quest’ultimo punto fa sì che non si interrompa il lavoro di continuità, se il Napoli ha avuto tutti questi problemi è anche perché si è carenti in tal senso e non tutti i giocatori sono funzionali al modulo. Non va demonizzato il 4-2-3-1 ma la sua cattiva interpretazione. Si processa tanto la difesa, ma il problema è a centrocampo, se un interprete della retroguardia si trova spesso uno contro uno con l’avversario è naturale che vada in affanno. Allora o si prendono due centrocampisti di grande spessore o c’è bisogno che tutti giochino seguendo la disposizione tattica figlia di un simile assetto che dà grande responsabilità al trequartista, ruolo che nel Napoli è ricoperto da Hamsik. Lo slovacco è un grandissimo giocatore ma deve capire che, in fase di non possesso, deve abbassare il suo baricentro e dar manforte ai due mediani e, per completare la parte difensiva, c’è bisogno che uno dei due esterni alti torni indietro a seconda del lato in cui si è attaccati. Nel Napoli le cose migliorano quando c’è gamba, perché Callejon e Insigne svolgono benissimo queste mansioni, il problema sorge nel momento in cui gli viene a mancare la brillantezza. Ne approfitto per spendere due parole sullo scugnizzo di Frattamaggiore che è tornato ritemprato dallo stop per l’infortunio. Ebbene, credo che gli abbia giovato questa sofferenza perché è tornato maturato e con le idee più chiare su tutte le situazioni di gioco, nel calcio come nella vita, la sofferenza fa aprire gli occhi e migliora”.
Abbiamo parlato del suo modulo ma ora dobbiamo toccare il suo futuro: Benitez resterà o meno sulla panchina del Napoli? La risposta della storica firma è improntata alla chiarezza e alla franchezza: “Questa telenovela culminerà con l’addio di Benitez, nonostante la ridda di voci che impazza intorno all’argomento. Ormai sta andando avanti il gioco delle parti, con il tecnico spagnolo che ha già preso la sua decisione perché non vede margini di crescita immediati circa il progetto Napoli e lui punta molto in alto. Ma se non dovesse centrare la Champions o vincere l’Europa League, uscirebbe male da questa esperienza e rafforzerebbe De Laurentiis, il quale sta provando ad alzare la posta per trattenerlo, però, difficilmente si arriverà ad un punto di incontro. Questa è una negoziazione che ormai ha una sorte segnata, l’ideale sarebbe che Benitez uscisse allo scoperto ma non può farlo perché si sta ancora giocando qualcosa di importante e se fallisce anche le sue aspirazioni potrebbero risentirne. E poi il rapporto tra presidente e allenatore si è un po’ incrinato quando De Laurentiis ha preso la drastica decisione di imporre il ritiro dopo la partita con la Lazio, lì la stima si è un po’ scalfita e, se ci mettiamo che Benitez vede i fattori di crescita del progetto Napoli già esauriti, ecco che la sua posizione è quella di sbarcare altrove. Un po’ come è successo quando era all’Inter, era un periodo in cui il progetto aveva già raggiunto il picco massimo, e lui se n’è andato. Restando in tema Napoli, facciamo l’esempio delle strutture. Benitez ha ragione quando dice che sono fondamentali per una crescita sia di immagine che di entrate economiche ma c’è bisogno del tempo e, tornando alla richiesta di garanzie immediate dello spagnolo, ecco un ulteriore elemento per concludere che la sua avventura all’ombra del Vesuvio è giunta al capolinea. Mi preme fare una postilla finale su questo ragionamento: questo non significa che il progetto Napoli non sia solido. Perché De Laurentiis, nello sfogo contro Platini, ha detto che c’è una tasca che compensa se l’altra non si riempie? Perché ci sono 52 milioni di euro di fondi che, però, non si possono toccare perché rappresentano una garanzia per la solidità societaria che, senza questa cifra alle spalle, andrebbe a vacillare mettendo a repentaglio la virtuosità di cui ci si può fregiare”. La chiusura è riservata all’appuntamento più importante della stagione: quello di giovedì prossimo quando ci si andrà a giocare la finale di Europa League. Il pari a Fuorigrotta ha un po’ complicato i piani, ma questo Napoli ha dimostrato di essere più forte del Dnipro benché ci abbia messo 50′ per scardinarne il bunker. Non v’è dubbio sulla differenza di potenziale tra le due squadre ma, in queste partite, conta di più l’aspetto mentale, chiediamo a Cesarano se ci sia il rischio di trovare una squadra ucraina galvanizzata e il Napoli un po’ scosso dalla situazione: “Con un arbitro di spessore e di polso, credo che il Napoli ce la potrà fare a sbancare Kiev e a conquistare la finale di Varsavia. Dipende tutto dagli azzurri, c’è bisogno di motivazione e concentrazione e, con un arbitraggio all’altezza di una semifinale, allora si potrà brindare al passaggio nei 90′ decisivi per l’assegnazione del titolo. Il Napoli ha tutto per vincere, è più forte del Dnipro e, a questi livelli, non voglio neanche pensare che qualcuno possa essere scosso dai torti o dalle proteste, anzi, la rabbia deve essere canalizzata in modo positivo per andare lì ad imporsi. Che poi sugli spalti ci sarà un clima caldo, bisogna metterlo in conto ma la gara si gioca sul rettangolo verde e non in altri settori dell’impianto, anche a Dortmund c’era quasi un popolo a sostenere i tedeschi eppure la Juve ha mostrato autorevolezza e cattiveria calcistica per archiviare qualsiasi tipo di discorso. Lo stesso dovrà fare anche il Napoli, ci potrà essere anche tutta l’Ucraina a seguire la partita, ma dipende dall’atteggiamento con cui gli azzurri la affronteranno e dalla voglia di andare avanti avvicinandosi sempre di più al sogno di conquistare quest’altro titolo. Proprio il fatto che loro giochino dinanzi al proprio pubblico farà sì che non si arroccheranno in difesa per tutto il match ma proveranno ad affacciarsi nell’area partenopea concedendo qualche spazio che bisognerà essere bravi a sfruttare a proprio vantaggio”.


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