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Comincio con una domanda alla quale spero di dare una risposta alla fine di quest’articolo e alla quale invito tutti i gentili lettori a riflettere: ma il problema del calcio italiano è davvero rappresentato dagli ultras? Andiamo con ordine e ricostruiamo il tutto: il weekend calcistico-pasquale è stato incentrato sui “fatti di Catania” che avrebbero coinvolto tifosi dell’Avellino e gli striscioni esposti in Roma-Napoli. In un’intervista comparsa sul nostro sito, ad opera del nostro Mariano Messinese, Marcel Vulpis, noto volto televisivo ed esperto di economia legata allo sport, protagonista in uno “scambio di opinioni”, in quel di Sportitalia, con un “capo” del tifo organizzato irpino, sosteneva (riassumo per motivi di brevitas) che bisognerebbe cancellare i gruppi ultras, sbandierando (ancora!!!) il famigerato “modello inglese”. Mi sa che non tutti, anzi quasi nessuno, quelli che parlano di modello inglese ce lo abbiano ben chiaro in testa. Si racconta la favola che gli hooligans non esistono più, strangolati dalle spire della Thatcher: il che è vero come la storia dell’asino che vola. Nella terra d’Albione, e non solo lì (vedi i tifosi del Feyenoord a Roma e sospensione del campionato greco), il movimento ultras esiste ed è ben lontano dall’essere estirpato; solo che le loro “imprese” non sono a favore delle telecamere dei grandi network. Già perché chiunque mastichi un po’ di calcio inglese sa, e lo sa bene, che gli hooligans, pur non essendo numericamente e “organizzativamente” quelli che sconvolsero l’intera Europa negli anni ’80, sono sempre lì a darsele di santa ragione in nome di un ideale che vede nel calcio il loro completamento. Mi si potrebbe obiettare che almeno lì gli stadi sono sicuri, a misura di famigliola che a un pic-nic ad Hyde Park preferisce la partita dell’Arsenal; peccato però che per entrare in uno stadio inglese bisogna avere il 740 di un alto borghese. Lì le curve non più sono i “settori popolari” di un tempo e se gli stadi sono pieni è a causa di tre fattori che in Italia, al momento, sono un miraggio: bel gioco, invasività delle pay-tv ridotta al minimo, e stadi confortevoli e all’avanguardia. Tutte cose che nel nostro bel (?) paese ce le possiamo soltanto sognare. Il primo problema, paradossalmente, è quello più facilmente risolvibile: basterebbe cambiare mentalità, giocare a ritmi più alti, europei appunto, ed il gioco è fatto. Per gli altri due, vi rinvio alle kalende greche. Noi siamo il paese dei campionati-spezzatino nientemeno che in Lega Pro con partite in orari impensabili: la ratio di questa decisione presentata come “storica” dai vertici della lega di terza serie, in realtà una puerile scusa, che ha finito con l’impoverire un campionato che aveva lo stesso fascino di Sandra Milo struccata, è stata che in questo modo i tifosi potevano seguire tutte le partite del loro girone. Giusto. A chi non interessa un Giana Erminio – AlbinoLeffe o un San Marino – Santarcangelo o un LUPA Roma – Paganese, magari alle undici di una domenica mattina o alle nove di un sabato sera?
Oltre a quest’esempio: il Parma che in serie A è fallito a campionato in corso nonostante i controlli di Co.Vi.So.C e compagnia bella? E le prescrizioni che passano per assoluzioni? E le varie Scommessopoli? E Lotito che si permette di dire che sarebbe meglio che certe squadre non salgano in A? E Optì Pobà, ce lo siamo dimenticati?
Giunti a questo punto, per rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio, non è che si vuole colpire una categoria per distogliere lo sguardo da altre e ben più nefande schifezze? Giusto o sbagliato che possa sembrare l’ultras fa l’ultras, il suo “mestiere”: certo si potrebbe obiettare che in alcuni casi non c’è più un ideale, per quanto discutibile, a far da base al tutto ma una sorta di interessi economici gestiti da una mini-impresa o, peggio, da comportamenti simil associazione a delinquere. Ma quei dirigenti che hanno ucciso il calcio, che gestiscono i soldi delle pay-tv per ingrossare le tasche delle solite quattro/cinque “grandi” del nostro calcio, quelli che si cuciono sulle maglie scudetti “a tavolino” e poi non rinunciano alla prescrizione, quelli che scambiano una prescrizione per un’assoluzione? Queste persone, che hanno realmente in mano le sorti del calcio, non sono davvero loro i “mostri” da combattere e da emarginare? Dove sono le tanto sbandierate riforme invocate da Tavecchio e dai suoi amichetti di merenda?
Ci si indigna per degli striscioni, obiettivamente insulsi e fuori luogo, ma nessuno ci spiega perché chi scrive quegli striscioni sia sempre lì e soprattutto come e perché, quelle strisce di panno, siano entrate in uno stadio. Forse perché le mente che li ha ideati e messi in pratica è la stessa che guida la mano a mettere una “x” affinché qualcun’altro, cioè colui che dovrebbe reprimere, possa sedere su comode e ben retribuite poltrone? Davvero è quella la “mentalità ultras”, quella di cui si parla in tutte le curve del mondo e all’ombra della quale si è cresciuti quando da piccoli imberbi si cominciava a frequentare gli stadi? No, non credo proprio. Essere ultras è altra cosa, essere ultras, con tutte le contraddizioni del caso, non è scrivere baggianate del genere o uccidere altri tifosi. Ma noi siamo il paese degli indignati, del vorrei ma non posso, del momentaneo stupore, del facile perbenismo.
La comunità napoletana si indigna, giustamente; un po’ più velatamente si indigna l’intera opinione pubblica nazionale, la stessa che siede sulle poltrone da Barbara D’Urso. “Ciro è un eroe” si risponde, con la classica enfasi e pathos, dall’altra parte; non so se Ciro è stato davvero un eroe, preferisco attendere i resoconti della magistratura. Odio gli slogan, soprattutto quando sono scanditi in “certe situazioni” e da persone che magari salgono sul palco per recitare una tragedia che non gli appartiene.
L’unica cosa vera e certa, in tutta questa spiacevole storia, tra pseudo-ultras e pseudo-moralizzatori, avvocati rampanti e attori da sceneggiata, è solo la ferma e ammirevole dignità della signora Antonella Leardi, una donna di Scampia che nonostante l’immenso dolore per la perdita di un figlio (e in che modo) non ha mai chiesto vendetta; una Signora (con la S maiuscola) che ha sempre e solo parlato di perdono e aperto le porte anche a quei “quattro” che oggi inneggiano all’assassino di suo figlio. Una donna che, grazie all’aiuto di una fede immensa, ha mostrato una forza inimmaginabile e un contegno che devono essere presi ad esempio e mostrati come esempio di dignità umana. A ben pensarci non è difficile immaginare Ciro come un ragazzo onesto, serio, lavoratore, innamorato del calcio e della vita, una persona “normale”! Ma la vera “Wonder Woman” è lei, signora Antonella: un’eroina in mezzo a tanti mostri mitologici.
Vincenzo di Siena

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