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Sandro Bocchio inviato storico di Tuttosport ci ha incantato con questa intervista.Sandro ha avuto la fortuna di seguire il mondiale 2006 quando l’Italia vinse il mondiale con tutte le emozioni che questa vittoria ha portato. I successivi mondiali sono stati privi di risultati pertanto la sua permanenza in loco è stata molto breve. Ha partecipato come inviato anche agli Europei dove nel 2012 ammette di aver visto l’ultima grande Italia allenata da Cesare Prandelli che raggiunse la finale persa nettamente con la Spagna. Elogia però anche l’Italia del 2008 che arrivò nei quarti persi ai rigori con la Spagna decisamente nostra bestia nera.

In quale momento della tua vita hai scoperto il calcio
Da bambino ho cominciato ad andare allo stadio Moccagatta a vedere l’Alessandria con mio padre e mio nonno. Sono praticamente cresciuto su quei gradoni, la passione per il calcio tutto è stata una conseguenza. Da tifoso grigio il momento di massimo orgoglio è stato quando Tutto il calcio minuto per minuto, nel 1973, inserì come campo il Moccagatta per Alessandria-Parma, decisiva per la promozione: una grande eccezione per una partita di serie C.
Quando hai capito potesse essere parte del tuo lavoro
All’università, a Torino. È stata decisiva la chiamata di Piero Dardanello alla direzione di Tuttosport nel 1983, grazie a lui ho iniziato a collaborare scrivendo di calcio di provincia. Ci siamo persi di vista quando sono tornato in Alessandria, dove ho lavorato per una radio (Radio West) e per un giornale (Il Piccolo), tornando al Moccagatta da giornalista. Poi, nel 1990, Dardanello mi ha richiamato a Tuttosport per rafforzare la redazione in occasione del Mondiale. Ed è cominciato tutto.
Sei stato inviato per il mondiale 2006 raccontaci le emozioni provate
È stato il mio primo Mondiale, una bella sensazione. Per la Germania, innanzitutto, con stadi splendidi, sia per chi lavorava sia per chi tifava. Per i colleghi, poi. Non seguivo principalmente l’Italia e ho avuto la possibilità di confrontarmi con gente preparatae “affamata”.Soprattutto più giovane, misurando così la distanza tra la nostra concezione di carriera in Italia e quella che si vive altrove. Infine per i luoghi, non conoscevo la Germania e ho avuto modo di apprezzarla, anche scoprendo realtà inaspettate come Lipsia. A livello sportivo su tutto metto Italia-Australia, quella partita giocata a lungo in dieci e vinta con un rigore di Totti da infarto, per chi era lì e per chi era davanti alla tv, all’ultimo istante del recupero.
Hai fatto parte degli inviati dei 2 mondiali successivi infausti per l’Italia raccontaci qualche aneddoto
Nel 2010, come nel 2006, non seguivo principalmente l’Italia. Ricordo come un incubo lo stadio di Città del Capo, splendido ma con il campo distantissimo: era come essere al settimo piano, si capiva solo qualcosa stando davanti ai monitor. E poi i volti increduli dei colleghi spagnoli dopo la sconfitta al debutto a Durban con la Svizzera, al Mondiale che poi avrebbero vinto. Nel 2014 l’esperienza è stata brevissima, perché ero nel gruppo al seguito dell’Italia: tre partite e subito a casa. Un incubo la sconfitta con l’Uruguay, quella dell’eliminazione. Non tanto per quanto accaduto sul campo quanto piuttosto per il dopo, con i giornali rivoluzionati per le dimissioni di Abete, Prandelli e Albertini dopo il fallimento. Pezzi finiti di scrivere in aeroporto, poco prima di imbarcarci per tornare a casa e con il fuso orario che metteva ulteriore pressione.
Europei 2008-2012 cosa ricordi di quelle 2 manifestazioni
Del 2008 l’infortunio di Cannavaro al primo giorno di allenamento per una entrata di Chiellini: una giornata tranquilla conclusa a seguire il capitano in clinica. Poi il pregiudizio nei confronti di Roberto Donadoni. C’era stata la figuraccia contro l’Olanda, è vero, ma quella squadra è uscita ai rigori ai quarti contro la Spagna (poi campione), giocando senza gli squalificati Pirlo e Gattuso. Come ct avrebbe meritato maggiore considerazione. Infine i trasferimenti da Vienna, dove l’Italia era in ritiro, in Svizzera per le partite del girone eliminatorio: viaggiavamo su un charter bimotore a elica che mi chiedo ancora oggi come facesse a restare in aria…
Del 2012 il ricordo personale è legato a certe trasferte personali allucinanti, viste le distanze tra Polonia e Ucraina. Facevo base a Danzica, mi hanno affidato Germania-Danimarca a Leopoli e, il giorno dopo, Italia-Irlanda a Poznan. A Leopoli non c’era posto per dormire, e quindi voli Danzica-Varsavia e Varsavia-Leopoli. Allo stadio per la partita e in aereo dopo il match: Leopoli-Kiev e Kiev-Vienna nella notte, poi Vienna-Poznan nel pomeriggio. Un paio di ore di sonno e subito allo stadio per l’Italia, e il giorno dopo ritorno a Danzica: ancora oggi non so come sia fatta Poznan. Il torneo è stato invece un divertimento grazie all’Italia, che ho seguito fino alla finale persa con la Spagna: una delle ultime volte in cui gli azzurri hanno giocato realmente bene, grazie a Prandelli.
Sappiamo che hai seguito la Juventus per tanti anni quale ti è rimasto più nella mente?
In realtà seguo la Juventus da un paio di stagioni. Prima ho fatto un po’ di anni sulla serie B e poi tantissima serie A, oltre alle coppe europee e alla Nazionale. Per la Juventus fisso due partite, nel bene e nel male. La vittoria per 3-1 in casa del Real Madrid, dopo aver perso 3-0 a Torino, con il polemico rigore dell’eliminazione di Cristiano Ronaldo. E poi il 3-0 all’Atletico Madrid, sempre in Champions League, con la tripletta di CR7. Due capolavori di Massimiliano Allegri, il primo mancato e il secondo riuscito. E poi l’arrivo di Ronaldo. Una trattativa che sembrava impossibile e che è invece è stato entusiasmante seguire giorno dopo giorno, fino all’annuncio finale.
Con quale personaggio del mondo del calcio hai avuto più feeling.
Come presidente, Amilcare Berti della Triestina, purtroppo morto. Competente e appassionato, soprattutto divertente e disincatato. Uno sempre disponibile. Come dirigente Beppe Marotta, uno che non dimentica il valore dei rapporti con le persone e che, ancora oggi, adopera la stessa considerazione per la grande firma come per quello appena arrivato, senza distinzioni. Come allenatore Marco Giampaolo, conosciuto da team manager a Pescara: serio, preparato, attento. È finito al Milan nel momento sbagliato con i dirigenti sbagliati.
Campionato sospeso, se ci fosse la possibilità di riprenderlo quale decisione prenderesti
Il calcio può essere un esempio per l’Italia. Se riesce a ripartire e se riesce a farlo rispettando tutte le condizioni imposte dall’attuale emergenza, può essere un modello di sicurezza da replicare nel resto del paese. Potrebbe diventare più facile capire il perché di certe privazioni della libertà personale per il bene di tutti: è un momento in cui ognuno è chiamato a una prova di responsabilità, senza tirarsi indietro.
A me piace molto la formula playoff e playout. Tu cosa ne pensi.
Lo scontro diretto mi va bene per tornei di breve respiro, come Mondiale, Europeo, Coppe. Per i campionati resto dell’idea che debba essere premiata la continuità. Però è una formula che garantisce pathos, in Serie B e Serie C ha funzionato bene.
Sei un affermato giornalista che consigli Ti senti di dare ad un aspirante giornalista.
Di non lasciarsi spaventare dal momento, al di là della pandemia che ha appesantito ulteriormente la situazione. Al giornalista non sono più concessi lussi del passato (ottimi stipendi e trasferte) e le redazioni sono sempre più spopolate. Ma se uno sa crearsi una propria professionalità, fatta di conoscenza della materia, padronanza della lingua e capacità di capire quali siano i filonigiusti, allora esiste ancora uno spazio, perché il giornalista resta fondamentale per dare un giudizio sulla realtà.Hanno saputo fare così molti miei ex studenti del Master di giornalismo a Torino: quelli che non si sono lasciati travolgere dalle inevitabili difficoltà, oggi sono apprezzati per quanto sanno fare. E per me è un piacere sommo vedere le loro firme su testate nazionali o i loro volti in tv.

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