16 Maggio 2026
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Serie C, storia di un annus horribilis. Ma si può svoltare

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DI STEFANO SICA

Dai diktat del presidente Figc Gabriele Gravina (all’epoca al vertice della Lega Pro) al teatrino irridente del Fratelli Paschiero di molte settimane fa. Tutto in otto mesi difficili, turbolenti, gonfi di litigiosità e recriminazioni. Una parabola discendente che ha chiuso il cerchio della più grande crisi del dopoguerra in serie C. Ha fallito in ogni piccola sfumatura la gestione commissariale di Roberto Fabbricini, per quanto figlia di una crisi sistemica in atto già da diversi anni e arrivata al suo punto più alto con l’estromissione della nazionale italiana dal Mondiale in Russia. Il corpaccione del nostro calcio era malato da tempo, schiacciato su conflitti interni ai club di serie A e tra le stesse Leghe, ma in pochi ne avevano compreso la fase crepuscolare. In mancanza di precetti perentori e di veri indirizzi normativi riconosciuti e rispettati, era evidente che caos, arbitrarietà e piccole faide sarebbero stati gli sbocchi naturali di una condizione di dissanguamento irreversibile.

LA SVOLTA – E pensare che Gravina, solo ai principi di luglio, era stato chiaro: basta confusione, stop alle cicliche fibrillazioni, servono adempimenti certi per iscriversi. E date inderogabili entro cui mettersi in regola. Qualcosa lo ha incassato: il presidente federale avrebbe voluto uno spartiacque tassativo nel 30 giugno, senza scorciatoie ulteriori. Ha ottenuto l’iscrizione e la presentazione dei documenti al 24 giugno con la possibilità per i club di proporre ricorso al massimo entro l’8 luglio (e non più il 16), prima delle decisioni definitive del Consiglio Federale previste quattro giorni dopo. Un primo passo verso la normalizzazione. Perché di normalità se ne è vista poca finora. E tutta la macchina organizzativa della serie C ha patito il valzer dei ricorsi e dei veti incrociati che dilaniavano la B, passata a 19 squadre per le esigenze pruriginose – e incomprensibilmente autoritarie – di quei club che non ammettevano una normale procedura di ripescaggi. E’ chiaro che il vuoto di potere generato dalla governance commissariale – debole e poco propensa a caricarsi sulle spalle responsabilità gravose e decisioni perentorie – ha incoraggiato tendenze comportamentali à la carte. Ognuno, insomma, si è sentito in diritto di agire al di fuori di uno schema regolamentare certo, generando nel contempo reazioni a catena e incontrollabili.

ARBITRARIETA’ E CONTRADDIZIONI – Di lì la paralisi che ha costretto la C a partire il 16 settembre, con una casella mancante e con l’equivoco Viterbese che ha addirittura scelto – senza incontrare ostacoli se non la giusta riprovazione degli altri club della categoria – di bucare ben nove partite iniziando il proprio campionato a novembre. Tutto questo soltanto perché i laziali contestavano la formazione dei gironi ed attendevano un possibile ripescaggio dell’Entella in B per cambiare raggruppamento. Ma è con la questione fideiussioni che tutta la vicenda assume aspetti tragicomici. L’inghippo coinvolge anche gli organismi di giustizia federale e nasce soprattutto quando il Tribunale Nazionale Federale, con una dubbia decisione a metà ottobre, accoglie il ricorso di quattro club (Reggina, Cuneo, Matera e Pro Piacenza) annullando la delibera commissariale con cui si imponeva la sostituzione delle famigerate fideiussioni Finworld. Tutto ciò ha portato a dilatare i tempi di un riordino del sistema, con grave lesione della regolarità dei campionati e dei diritti dei club virtuosi. Come sia stato possibile consentire ad alcune società di svolgere a lungo attività agonistica in seno ad un campionato professionistico, senza una copertura fideiussoria, resta un nonsense. Ecco perché i guasti nascono da lontano e i fatti di Cuneo ne sono stati solo la diretta conseguenza. Una situazione di anarchia legislativa rimasta inalterata pure dopo la sentenza della Corte Federale d’Appello che, ribaltando quanto deciso dal TNF, fissava nuovi termini per le fideiussioni (rispettati solo dalla Reggina). Si poteva porre rimedio per tempo. Invece il lato paradossale di questa vicenda è dato dal fatto che Matera e Pro Piacenza non sono stati esclusi dal campionato per questa ragione, come pure un quadro normativo chiaro (e un normale buonsenso) avrebbe imposto. A questo si lega un quesito bruciante: come è stato possibile che il Matera della fallimentare cordata irpina sia stato iscritto nonostante emolumenti e contributi dell’ultima stagione non siano stati pagati? Un cono d’ombra sul quale non a caso ha voluto vederci chiaro il Racing Aprilia (ex Racing Fondi), il cui ricorso sull’iscrizione in C dei lucani è stato dichiarato lo scorso marzo non ammissibile dal Collegio di Garanzia del Coni, ma che aveva fondamenta solide e argomenti concreti ed efficaci. Passo dopo passo, il sistema calcio è fuggito dalla trasparenza, si è ripiegato su se stesso e ha fatto a pugni con la credibilità. Giungere a degli Stati generali del nostro calcio che coinvolgano simultaneamente le quattro Leghe, ed istituiscano dei gruppi di lavoro deputate a studiare riforme dei campionati, regole del gioco e ripartizione dei contributi, è una esigenza ormai inderogabile. Lo auspicava il vice presidente vicario Figc Cosimo Sibilia e lo diceva anche lo stesso Gravina quando parlava di una C sana solo nell’ambito di un sistema rinnovato a 360 gradi.

PRIMI PASSI VERSO LA NORMALITA’ – Come detto, qualche cambiamento normativo è stato ufficializzato lo scorso dicembre. “Un segnale forte conoscere le regole del gioco già ora, una rivoluzione culturale”, ha affermato Gravina. Le società professionistiche saranno anche tenute ad onorare entro il 2 agosto il pagamento di stipendi e contributi dei tesserati relativi al mese di giugno. Non solo: saranno più restrittive le regole sul minutaggio, che in realtà per molti club erano diventate l’ultima scialuppa di salvataggio per mantenersi vivi in assenza di risorse vere. E allora ecco che le società di C non potranno tesserare più di sei elementi a titolo di cessione definitiva o prestito da club di A e B. Per accedere ai contributi, di conseguenza, ogni squadra potrà totalizzare al massimo 450 minuti per ogni gara (in teoria non oltre cinque titolari), partendo comunque da un minimo di 270. Il presidente della Lega Pro, Francesco Ghirelli, ha illustrato questa svolta come il passaggio necessario verso una forma di armonizzazione tra gli interessi di chi è abituato storicamente ad adottare una politica dei giovani, e chi ritiene che la qualità dei campionati debba alimentarsi di impulsi nuovi recuperando qualità e competitività. Di sicuro si avvertiva da tempo immemore l’esigenza di riposizionare la C nell’alveo di un protagonismo autonomo, dove il principio del “gioca chi merita” non divenisse una formula vuota. Per questo la svolta sui giovani di serie assume un significato epocale tanto più che i club di C saranno stimolati ad accedere a quel 10% che la Legge Melandri riserva per lo sviluppo dei settori giovanili, per la formazione di giovani calciatori e/o calciatrici convocabili per le squadre nazionali italiane e per gli investimenti negli impianti sportivi. Nel contempo, vengono premiati i club virtuosi della categoria, i quali avranno una corsia preferenziale per un’eventuale riammissione. Chi ha rispettato le regole, e sarà retrocesso in D sul campo, prenderà automaticamente il posto nella C edizione 2019/20 di quei club che decideranno di non iscriversi e che saranno esclusi e/o retrocessi all’ultimo posto per provvedimenti di giustizia sportiva. In questa scelta c’è un principio chiaro: se qualcuno si è cimentato nell’arena senza rispettare le regole del gioco, si opta per una formula ex tunc che conduca tutti al punto di partenza e premi la condotta di chi quelle regole le ha rispettate. Tanto altro c’è da fare, ovviamente. Ma i primi segnali sono incoraggianti. E la strada verso la rinascita della serie C, motore pulsante di tutto il sistema, sembra tracciata. La prossima stagione ci dirà qualcosa di più in merito.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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