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Gli uruguagi sono discendenti di un popolo chiamato Charrùa: questi erano una tribù indigena che abitava nella zona del Rio de la Plata. Si narra che uccisero l’esploratore spagnolo Juan Diaz de Solis nel 1515, venuto a colonizzarli: riuscirono ad opporsi, combattendo con orgoglio, onore e coraggio alle prevaricazioni colonialiste finché non caddero vittima di un genocidio nel 1831. A perpetrare il massacro fu il primo presidente del paese, Fructuoso Rivera. I Charrùas che non perirono in battaglia furono fatti prigionieri e lasciati morire o in galera oppure per ciò che concerne le donne, vendute come domestiche.

Da quel momento il termine Charrùa simboleggia l’essere discendenti di quel popolo, ha acquisito nel corso della storia connotazioni di fierezza, di orgoglio, di dignità, di forza e di voglia di combattere nonostante un destino che sembra essere già scritto. La Nazionale dell’Uruguay, la Celeste, per lunghi tratti della sua storia ha incarnato esattamente lo spirito Charrùa che unito alla “Garra”, letteralmente “artiglio”, rende questa squadra una nazionale epica.
Ed è qui che si inserisce con vigore la storia di Matìas Falero Vecino, uruguagio di sangue, nero e Celeste nel cuore. Un destino continentale, per l’uomo dai momenti decisivi nella storia recente dell’Inter: suo il gol negli ultimi minuti di Lazio-Inter che ha riportato i nerazzurri in Champions League, sua l’incredibile rete all’esordio della squadra nella massima competizione europea, al minuto 92, contro il Tottenham.

L’ha ripresa Vecino, per dirla alla Trevisani. “È il 22 maggio o il 18 settembre? Ma l’ha presa Vecino! Anzi, la riprende! Sta succedendo il panicomio più totale a San Siro, è due a uno per l’Inter”. “La Garra Charrúa!! L’ultima parola agli uruguagi.. Sempre loro, sempre loro, l’ultima parola nel calcio è la loro! Hanno un cuore differente, lo capisci o no? È l’artiglio che graffia.. e lascia il segno nella storia dell’Inter, questa è la storia che si ripete” diceva invece Daniele Adani.
Una partita pazzesca, sofferta ma giocata per lunghi tratti alla pari con i vice-campioni d’Inghilterra. Andata sotto con la beffarda rete di Eriksen, con deviazione di Miranda e parziale concorso di colpa di Samir Handanovic, l’Inter non si è squagliata come è solita fare. Ha lottato, ha pareggiato all’86’ con una magia, un miracolo, una stella splendente di Mauro Icardi (all’esordio in Champions) per poi andarla a vincere grazie all’anima e alla garra Charrùa, uno spirito sacro che aleggia sui nerazzurri da qualche mese; facendo venire giù un San Siro che già in precedenza -a detta di Icardi- “tremava, vibrava, sembrava pronto ad esplodere”.

Chissà che questi tre punti non fungano da vento d’alimentazione anche per la Serie A, dove il distacco dalle prime è già notevole. In Champions si può invece sognare: capolisti del gruppo B insieme al Barcellona del magico Léo Messi, che con una tripletta ha asfaltato il PSV Eindhoven (4-0 il finale).
Icardi e Vecino, Vecino ed Icardi: a Roma come con il Tottenham, un cerchio che si chiude con la chiave del fato. Una vittoria prestigiosa e tremendamente importante per l’Inter, alle prese con un avvio di campionato tra i peggiori della sua storia. Quoque tu, animàl Charrùa.

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