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Servizio di Vincenzo Di Siena @riproduzione riservata
Oggi Obama annunciava che gli USA sono usciti dalla crisi, che il paese ha ricominciato a crescere e che il peggio era davvero passato. In Europa, purtroppo, soprattutto nei paesi più in difficoltà, queste parole sembrano lungi dall’essere ascoltate. In particolare la Grecia, la culla della cultura occidentale, vive gli effetti di un dramma epocale; è ovvio che in un paese che fa segnare altissimi indici di povertà, con una popolazione oberata di tasse e con le tasche sempre più vuote, un paese in ginocchio e sull’orlo di una rivolta sociale, anche il calcio non resta indenne da tutto questo miasma.
Correva l’estate del 2005 quando i vertici della federazione l’E.P.O. (N.B. da ora tutti i nomi e le sigle saranno traslitterati nel nostro alfabeto) d
ecisero di creare una sorta di Premier League greca, che venne poi denominata Souper Ligka Ellada, che avrebbe preso il posto della vecchia A Ethniki, con lo scopo di ottimizzare le risorse economiche e di migliorare il tasso tecnico del campionato. Ma la nuova lega era nata proprio mentre la crisi stava per affacciarsi all’orizzonte. Dopo qualche anno, la pestilenza economica invase la Grecia come al tempo delle armate barbare di Serse. Si decise così di scendere da 18 a 16 squadre, per alleggerire costi e redistribuire le risorse; la misura sembrò funzionare tanto che, è storia di appena due anni fa, i vertici calcistici della lega decisero di ritornare a 18 team. Non si tenne contro che quella imboccata non era la strada che portava alla salvezza, ma allo stesso baratro che si credeva evitato qualche anno prima. Negli ultimi due anni la crisi ha calcato pesantemente la sua mano distruttrice su tutte le attività del paese, calcio compreso. I primi a farne le spese sono stati gli ateniesi dell’AEK, una delle squadre più titolate, insieme a Olympiacos e Panathinaikos. Retrocessi sul campo nel campionato cadetto, i gialloneri, oberati da quasi duecento milioni di debiti, dovettero salutare il professionismo e ripartire dalla terza serie. L’anno successivo fu la volta del Panathinaikos che già nel 2011 rischiò il fallimento; resterà negli annali la partita tra i verdi e l’Ergotelis, quando i tifosi del Pana esposero uno striscione che recitava:”Politici truffatori che state comodamente seduti in Parlamento, l’ira dei ribelli vi annegherà“. La squadra fu privata dei suoi elementi migliori, venne abbandonato lo stadio Olimpico per il più piccolo “Apostolos Nikolaidis” e, previo accordo con la federazione e con il governo, venne scongiurata la fine di uno dei club più gloriosi e conosciuti d’Europa, finalista nella Coppa dei Campioni, sconfitta solo dal grande Ajax di Cruijff.
Storie di quest’anno invece la trasferta in pullman del Kerkyra, la squadra di Corfù, per la gara contro l’Asteras: tutto normale se non fosse che da Corfù a Tripolis ci passano qualcosa come ottocento km. Ancor peggio è andata al Niki Volos: ritirato dopo quindici giornate per avvenuto fallimento.
Attualmente dopo diciannove giornate, e con un campionato monco, guida il solito Olympiacos con quarantacinque punti, due lunghezze di vantaggio sul PAOK Salonicco e otto sugli eterni rivali del Pana. Dall’anno prossimo si torna a sedici squadre: a fronte di quattro retrocessioni (delle quali una già decisa per il fallimento del Niki), corrisponderanno solo due promozioni. Una delle quali, sembra essere già appannaggio dell’AEK.
A proposito, quest’anno la Football League, la nostra serie B, è partita in forte ritardo e con una formula rivoluzionata; a inizio stagione infatti la carenza di risorse aveva portato i presidenti delle squadre a dichiarare l’impossibilità di affrontare un campionato professionistico. Dopo estenuanti trattative con la federazione e col governo, si è infine deciso di giocare: due gironi, monchi pure questi, da tredici squadre ciascuno. Un complicatissimo sistema di play-off e retrocessioni porterà anche questo campionato a una radicale riforma. In attesa di tempi migliori.
Vincenzo di Siena

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