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Caino e Abele? Romolo e Remo? Roba vecchia. La storia, per fortuna, ogni tanto insegna. Lo sanno bene i fratelli Donnarumma. Gigio, quello giovane, famoso e di talento, intasca apprezzamenti ovunque e un contratto faraonico (soprattutto se rapportato alla “tenera” età). Antonio sfrutta la scia e si inserisce nella rosa del Milan, come un comunissimo impiegato del Comune, fratello del sindaco, “casualmente” scelto per un impiego strapagato. La fortuna di nascere “Donnarumma” e non, per esempio (uno a caso), “De Sciglio”. E’ storia dei nostri tempi, è quasi ordinarietà, è quasi magia.

Raiola alla regia, Gigio protagonista, Antonio co-protagonista ed ecco l’accordo familiare. Diciamolo, tutti noi abbiamo provato un minimo di invidia a guardare l’evolversi della trattativa per il rinnovo del portierone rossonero. Non tanto per la caterva di milioni rifilata all’enfant prodige del calcio italiano, quanto per l’obolo generoso donato al fratello, promosso (si fa per dire) secondo/terzo portiere del Milan. Beh, che i Donnarumma, a Milanello, siano di famiglia, non c’è dubbio, visto che entrambi sono cresciuti nella primavera rossonera. Forse, però, così è un po’ troppo.
Il “grande fratello” Antonio, da par suo, giura di avere tutti i mezzi e le carte in regola per far parte del nuovo corso rossonero. Nonostante nel carnet dei nuovi acquisti, il neo-portiere non sia inserito manco di striscio. Eppure lui giura che “Mi ha telefonato il direttore Mirabelli. Mi ha trasmesso il desiderio della società di avermi, io c’ho pensato bene”. E che farà parlare il campo. Ammesso che lo vedrà. Intanto, però, l’ingaggio di un bel milioncino di euro tondo tondo lo percepirà lo stesso. A prescindere. Mica male.
Sicuramente Antonio si era stancato del Peloponneso, sicuramente voleva tornare in Italia (per farvi nascere il figlio che la sua Stefania a gennaio gli regalerà), sicuramente non si aspettava di riuscire a dividere la stanza col fratello. Probabilmente nemmeno i tifosi rossoneri se l’aspettavano. Qualcuno, come Walter Zenga, ha storto il naso, dicendo che a Gigio avrebbe fatto bene un secondo/terzo più competitivo. Ma i Donnarummas, in quanto a naso, non temono nessuno e possono permettersi anche di bypassare il parere di un allenatore i cui successi in panchina si contano sulla punta delle dita e sono avvenuti in campionati blasonati come quello rumeno e quello serbo-montenegrino (con tutto il rispetto).
Sul piano sportivo, tutto ciò che allieta i palati rossoneri è e deve essere l’avere un portiere giovane e forte, forse il miglior prospetto a livello mondiale degli ultimi 20 anni, sicuramente a livello italiano. Donnarumma è un patrimonio (in tutti i sensi) e, forse, da un punto di vista (appunto) patrimoniale, gli si può perdonare anche la simpatica zavorra del fratello a corredo. Certo, resta il lato umano. Quello che permette ad un 18enne ed al suo simpatico (x2) procuratore italo-olandese di dettare qualche regola in casa Milan. Che permette di far slittare il rinnovo, farlo saltare, poi riconcederlo con nuove regole. E alla fine, se ci pensi, cominci quasi ad apprezzare il chiamarsi “De Sciglio”, che significa andarsene in punta di piedi (seppure alla Juve), nonostante a inizio carriera ti identificassero (troppo presto) come erede di Maldini. Senza teatrini o recitine da calcio moderno (in senso puramente dispregiativo). Senza fratelli da traghettare in bianconero.
E’ la vita. A qualcuno si perdona tutto: le uscite avventate, i piedi a forma di ferro da stiro, i gol presi da distanza siderale e quelli su cui “si poteva fare di più”. Poi è rimasto e allora via agli “Osanna all’altissimo”. Ad altri, nemmeno un cross finito in curva. Certo, il buon Mattia ha avuto tante possibilità. Nell’ultimo anno, il suo rendimento è stato quasi mai adeguato. Resta da chiedersi quanto gli sia stato perdonato dai tifosi, nonostante a livello umano un comportamento quasi ineccepibile. Non ha retto la pressione. Non è stato “forte” (o indifferente) come Donnarumma/Dollarumma alla pioggia di insulti piovutigli addosso, nonostante avesse dichiarato di amare la maglia. Pur senza baciarla in maniera plateale, sia chiaro. Alla fine, se n’è andato, senza sbattere la porta e con un’accoglienza bianconera tiepidina. Al calcio di oggi, i tipi come lui non piacciono più.
Servizio di Valerio Lauri ©riproduzione riservata
Twitter: @Val_CohenLauri

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