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Esiste il politicamente corretto. Bisogna obbedirgli. O almeno dare l’idea di farlo. Per cui, piccola premessa: in tutto questo articolo, una parola è stata mitigata con un cambio di consonante. A partire dal titolo. Questa è la storia del Milan di Montella, di come abbia saputo assumere le sembianze di un mulo e di come abbia saputo farsi del male da solo. Il mulo è, nell’opinione comune, un animale testardo. La testardaggine rossonera siede soprattutto in panchina e la gara con la Roma ne è stata la prova lampante. Il risultato, alla fine, ha dato ragione al dito (Roma), che presenteremo tra poco, capace di sopraffare il mulo quasi in maniera involontaria.
Il pari col Crotone, ma soprattutto la sconfitta con l’Empoli, non sono bastate a Montella per far tesoro degli errori. Così, dal primo minuto, spazio ancora una volta al centrocampo bradipesco. In una mediana in cui Pasalic è l’elemento di maggiore movimento, le palle perse sono una sicurezza statistica da mettere in conto. Soprattutto se, di fronte, hai la Roma, la squadra (probabilmente) col centrocampo più aggressivo e muscolare dell’intera Serie A. Fortuna vuole che Strootman abbia intrapreso la carriera che fu di Cagnotto e sconti la squalifica a San Siro. Non bastasse ciò, il dettame tattico dell’aeroplanino è chiaro. Suso ha libertà di interfacciarsi con il suo connazionale Deulofeu, accentrando la sua posizione da destra. Al contempo, a De Sciglio è demandata la doppia fase, nonostante al capitano già una sola venga difficile metterla in pratica.
Un mulo, appunto. Il dito, invece, dicevamo. Un dito bello grosso: la Roma è una squadra attrezzatissima. Lo dimostrano anche le “seconde linee”. Come Paredes, che rimpiazza “l’olandese volante” Strootman, era stato cercato in fase di mercato proprio dal Milan. E non di certo per fare panchina. Nainggolan era praticamente in mano ai rossoneri, prima che la Juve con un’azione di disturbo, lo deviasse alla Roma. Lo stesso Perotti era destinato a San Siro, in virtù dei giochi “Preziosi” con Galliani, ma poi sfumò. Persino Dzeko, prima di andare in Premier al City, era il 9 designato del dopo-Ibra. E invece arrivò Balotelli. E vabbè, certi errori li paghi.
Paghi subito una leggerezza di Vangioni, uno stop di petto “a inseguire” che manifesta tutti i limiti del terzino argentino. Salah ci va a nozze e Dzeko fa il resto, lasciando a Donnarumma un volo plastico inutile. Otto minuti e la sensazione di fragilità del mulo, capace di sedersi sul dito già da subito. Deulofeu è l’unica nota lieta e con un assolo deviato bacia l’esterno della rete. L’anarchia tattica regna sovrana nello scacchiere di Montella, tanto che sembra già fine gara. Ad un Perotti che chiama Donnarumma al miracolo, risponde un insolito Sosa, capace di non centrare il secondo anello e mettere i brividi a Szczesny. Il mulo è testardo, si diceva. Appunto, basta un corner e ci si siede ancora una volta sul dito. Paredes taglia l’area col fendente, Dzeko incorna indisturbato. La marcatura di Lapadula e De Sciglio sul bosniaco è un chiaro segnale di non belligeranza.
A fine primo tempo, alla Roma il risultato sta pure stretto, perchè Nainggolan timbra il palo, mortificato dall’ennesima manona di Donnarumma. Valzer delle panchine pronto a scatenarsi: dentro Ocampos ed El Shaarawy, rispettivamente per Milan e giallorossi. Entrambi subito decisivi, a modo loro. Ocampos spizza l’angolo che Pasalic insacca per accorciare le distanze. Il faraone riemerge dal sarcofago timbrando il classico gol dell’ex con una botta d’altri tempi, su sponda del solito Dzeko. La lotta per evitare il sesto posto (ed il preliminare di Europa League) viene definitivamente riaperta dall’espulsione con rigore provocato di Paletta nel finale. De Rossi firma la trasformazione che sarebbe dovuta essere di Totti, a cui la Curva Sud rende comunque omaggio. 
Mai si era intravista, in tutta la stagione, una prova così chiara ed evidente. Ai rossoneri, anticipare ritiro e preparazione non interessa, tanto meno se dà la possibilità di accedere alla fu Coppa Uefa. Se due indizi fanno una prova, le ultime sei gare costituiscono le evidenze perfette. Serviva il rush finale e, invece, sono arrivati soli 6 punti in 6 gare (da Pescara alla Roma). Paradosso calcistico vuole che, alle spalle, si faccia quasi peggio. Tanto che Montella e co. possono vantare ancora 3 lunghezze di credito, che potrebbero blindare la sesta piazza. Ammesso che non si aspiri alla settima.
Servizio di Valerio Lauri ©riproduzione riservata
Twitter: @Val_CohenLauri

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