16 Maggio 2026
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Accadde oggi: la morte di Manè Garrincha, l’angelo dalle gambe storte

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Manè Garrincha, l’angelo dalle gambe storte con la maglia del Botafogo

Oggi la rubrica “Accadde oggi” vi racconta una favola molto particolare ricordando il giorno della morte, 20 Gennaio 1983, di un grande talento brasiliano: Manoel Francisco dos Santos, meglio noto con lo pseudonimo Garrincha o Mané Garrincha. La sorella quando Manè era molto piccolo decise di soprannominarlo con tale soprannome perchè ricordava una tipica specie di uccelli brasiliani simili ad un passero e molto presenti negli anni quaranta a Pau Grande. Vi starete domandando perchè la storia di Garrincha è da definire favola. Il talento brasiliano era un calciatore soprannominato anche “Angelo dalle gambe storte”, in quanto una era più lunga dell’altra di ben 6 cm. Manè presentava, però, anche altri problemi fisici: lo strabismo, uno sbilanciamento del bacino, una spina dorsale deformata. Inoltre, il ginocchio destro era affetto da valgismo, mentre quello sinistro da varismo, patologie entrambe legate alla sbagliata postura degli arti. Non riuscì a correggere il tutto con un intervento chirurgico e fu dichiarato invalido dai medici. Manè, però, non aveva certo intenzione di fermarsi. La sua passione, in contrasto con il parere dei medici lo portò a diventare il simbolo del Botafogo con cui collezionò 85 gol in 236 presenze. Era, pertanto, considerato uno dei migliori talenti brasiliani degli anni cinquanta. Alcuni addirittura lo denominarono il Charlie Chaplin del calcio. Era dotato di un dribbling particolare con cui sfruttava il problema che aveva agli arti inferiori. Garrincha, dopo aver ricevuto il pallone sulla fascia, puntava l’avversario diretto per poi arrestarsi, inducendo il marcatore a fermarsi a sua volta, dopodiché si lanciava verso destra, ripiegando successivamente sul lato opposto. L’ala ripeteva la giocata più di una volta, allorquando decideva di superare il difensore ormai disorientato con una definitiva accelerazione ancora sulla destra. Il tutto accompagnato da un’esplosività unica nello scatto per cui i difensori avversari non riuscivano a tenere il suo passo. Zezè Moreira (uno dei suoi allenatori al Botafogo), ritenendo che dribblasse anche quando non necessario, provò a mutare questa brutta abitudine; durante un allenamento pose in mezzo al campo una sedia, chiedendo al giocatore di dribblarla come se fosse un avversario e crossare subito dopo. Garrincha girò attorno alla sedia, le fece passare il pallone sotto le gambe e solo dopo questo effettuò il cross.

Garrincha nel pieno di uno dei suoi ubriacanti dribbling

Moreira concluse successivamente che “Garrincha era senza schemi”. Il brasiliano è ritenuto il massimo rappresentante del cosiddetto futebol moleque, uno stile di calcio basato sull’improvvisazione dove si da spazio alla naturalezza rispetto agli schemi tattici che passano in secondo piano. Una curiosità sul suo particolarissimo dribbling: in una partita valevole per il torneo Rio-San Paolo che il Botafogo giocò contro l’Amèrica, l’arbitro arrivò a minacciarlo d’espulsione per via dell’eccessivo numero di dribbling effettuato a scapito del terzino Ivan. Ovviamente con il Botafogo arrivarono numerose vittorie e titoli importanti, mentre in Nazionale si mise in mostra nei primi due mondiali del Brasile: quelli del 1958 e 1962 (Svezia e Chile). Insomma un uomo totalmente fuori dal comune che seppe fare di malattie e patologie il suo punto di forza. Uno dei tanti geni del calcio, simbolo di chi non si arrende mai e simbol di chi non ha nessuna voglia di starsene lontano. Tuttavia, la sua vita fu anche condizionata dall’estremo uso di alcol fino alla morte nel Gennaio 1983. Trascorse i giorni dal 16 al 19 gennaio del 1983 bevendo in giro per i bar. Tornò ubriaco, reggendosi a malapena in piedi, alla sua casa nel quartiere di Bangu, nella zona Sud di Rio de Janeiro. La moglie Vanderléia chiamò l’ambulanza e Garrincha fu ancora una volta internato. Lasciato solo alle nove di sera, spirò poco prima del sopraggiungere del giorno successivo, a causa di un edema polmonare. Se ne andava all’età di 49 anni un uomo che aveva semplicemente fatto sognare un popolo intero. Che aveva realizzato i suoi sogni nonostante tutto. Entrato di diritto nella storia del Botafogo, della Nazionale intera e dell’intero paese restando un simbolo, una bandiera, un idolo, un mito.

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