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La storia di Carmine Amato: da raccattapalle a primo portiere

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Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata


Altro giro, altra corsa. Il treno dei ricordi si ferma all’ennesima stazione. La nostra è una promessa e cercheremo di mantenerla, costi quel che costi. Da cinque anni li stiamo cercando, uno ad uno li porteremo sotto i riflettori dell’amarcord di Ultrà Avellino. Gli ex biancoverdi non possono resistere al richiamo del Lupo, un amore così forte per una maglia, quella biancoverde, che nemmeno il tempo potrà mai e poi mai solamente scalfire. Abbiamo iniziato la nostra avventura proprio nel momento peggiore della storia calcistica dell’Avellino. I campi polverosi dei dilettanti sono, oramai, solo un ricordo, è la gara di Coppa Italia allo Juventus Stadium è il giusto premio per una società che ha riportato i Lupi nel calcio che conta e a quanto pare, visto l’ottimo inizio, nessun obiettivo è precluso. Si, si può ambire a qualcosa di davvero unico quanto memorabile. Siamo disposti a cospargerci il capo di cenere. Scrivemmo, tempo addietro, che la massima serie sarebbe stato solo un ricordo, rivedere l’Avellino in serie A, un sogno difficile da realizzare. Ebbene, stupiteci e sapremo fare, volentieri, ammenda.

Il mio più grande rammarico è non aver giocato in massima serie con addosso la maglia del suo Avellino


L’ex di questo appuntamento con l’amarcord è Carmine Amato. Una vita tra i pali. Un metro e ottantacinque centimetri per settantotto chili, nato a Marigliano nell’Aprile del 1965, ha iniziato la sua carriera proprio con la maglia biancoverde. Dopo l’esperienza nelle giovanili e tutta la relativa trafila, Amato si è fatto le ossa nella Centese prima di esordire in prima squadra nel 1988. Una stagione con il Licata e poi due campionati con i Lupi. Cinquantatre presenze in maglia biancoverde, centottantasette in tutto tra Avellino, Acireale, Licata, Andria, Cosenza e Palermo. otto presenze in nazionale under 21 di serie C. Un rammarico? “Non aver giocato in massima serie con addosso la maglia del suo Avellino. Eppure l’esordio l’ha sfiorato davvero in almeno quattro-cinque volte. Che peccato. Come dicevi tu è stato il mio più grande dispiacere. Ricordo che contro la Fiorentina, ultima gara del campionato, in settimana si parlò e con insistenza del mio esordio. Non stavo nella pelle al solo pensiero di scendere in campo con il mio Avellino ma alla fine rimasi in panchina sino al termine. Ma io non mi lamento, va bene cosi. Ad Avellino sono nato calcisticamente ed ho giocato in serie B per tre stagioni. Lo dico senza peli sulla lingua, se c’è una squadra che porto nel cuore quella è solo la compagine irpina. Avevo quindici anni quando entrai nella grande famiglia biancoverde. Guardavo con ammirazione gente del calibro di Di Somma, Romano, Beruatto, Piotti e tanti altri. Quanti grandi portieri, elencarli tutti ci metterei una giornata. Ebbene, solo al pensiero che ho indossato la maglia mi vengono i brividi ancora oggi. Una soddisfazione indicibile”. Tutta la trafila, un ragazzino diventato uomo con quei colori addosso. “Dici bene caro Michele. Facevo il raccattapalle e la domenica andavo allo stadio. Per me era una gioia indescrivibile e sai cosa facevo ? Mi mettevo dietro ai portieri per vedere come si posizionavano tra i pali. Non posso dimenticare i miei trascorsi in Irpinia, sono affezionato ai tifosi ed alla città. E’ una parte importante della mia vita e non solo calcistica”.


Il miglior presidente? “Che domande. Sibilia rimane il migliore, un grande conoscitore di calcio come pochi”. I tuoi compagni tra giovanili e prima squadra. “Elencarli tutti sarebbe impossibile. Tanti amici, mi sento spesso con loro”. Uno in particolare ? “Pietro Majellaro. Il mister lo chiamava Maradona. Era un genio del calcio, un atleta incredibile con numeri da vero campione”. Bolchi, Graziani e la retrocessione, ce ne parli ? “Mah. Io ho una mia convinzione, però meglio non parlarne. Potevamo salvarci”. Dimmi qualcosa in più. “Michele, evitiamo. Però ti dico solo che Bolchi era un buon allenatore. Ti Basta ?”. Si, abbiamo capito, sei stato chiaro e diretto. La legge del Partenio ? “Mi emoziono solo a pensarci. Da noi tutti soffrivano. Il tifo era incredibile. Una forza della natura e noi quando scendevamo in campo eravamo caricatissimi”. Da avversario ? “Vuoi sapere se mi fischiarono ? Ti dico che fu una cosa bellissima. Io, quando giocavo con i Lupi avevo l’ abitudine di andare sotto la curva a salutare con le due mani alzate. Ebbene, lo feci anche da avversario. Mi avvisarono che mi avrebbero fischiato ma io ci andai lo stesso. Ebbi un lungo applauso, vuol dire che non avevo fatto poi tanto male con la maglia biancoverde. Un ricordo che porto sempre nel mio cuore”. La migliore e la peggiore prestazione con i Lupi. “Debbo essere sincero. Spesso mi capitava di giocare bene, ricordo gare importanti con Udinese, Cremonese ed altre grandi compagini di quei tempi. La peggiore ? con il Barletta in Puglia. Perdemmo tre a zero ed io giocai proprio malissimo. La domenica successiva fui accolto da un grande applauso di incoraggiamento. Questo è il vero tifo, quelli erano gradi sostenitori”. L’Avellino contro la Juventus in coppa. “Starò davanti alla Tv. Tiferò per il Lupi, io non ho mai giocato contro la Juventus in campionato e spero che almeno i ragazzi di Rastelli possano vincere anche per tutti gli ex”. Grande campionatoQuello dei Lupi ? “Senza dubbio alcuno. Il sabato, quando non sono impegnato, guardo sempre il mio Avellino. Avanti cosi, magari a fine stagione festeggeremo un incredibile traguardo”. Carmine Amato stupisce per la sua affezione alla maglia biancoverde ma anche per la sua capacità di comunicare. Simpatico, estroverso e molto disponibile. Tra i tanti intervistati è tra quelli che più ci ha impressionato per la capacità di sintesi. Bravo. Un uomo che merita tutto il successo di questo mondo, un Lupo al cento per cento. Altro giro, altra corsa. Un’altro ex biancoverde è stato ‘contattato’. Continueremo, senza sosta, verso il nostro obiettivo. Li troveremo tutti, questa è una promessa e non una… minaccia. Cosa dire se non la solita frase: non perdeteci di vista, potreste pentirvene.


 

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta.

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