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Gli ex del calcio: Nicola Di Leo

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Quando Sibilia disse: “A ro sto o portiere”?

Non c’è pausa che tenga. Il final-countdown è oramai iniziato. Siamo agli sgoccioli e noi, imperterriti, continuiamo il nostro, faticoso, viaggio nei ricordi. Altro numero di ultrà Avellino ed ennesimo appuntamento con la storia. L’unica fede che conosciamo, i colori bianco e verde.

Siamo sulle tracce di Gianpiero Ghio, indimenticato quanto forte giocatore irpino degli anni sessanta. Siamo sfortunati, non risponde. Non ci scoraggiamo e proviamo con Ferruccio Mariani, stessa sorte. Mica ci fermiamo qui? Manco a dirlo per scherzo. Il telefono è di fuoco, con Stefano Garuti, lo ricordate? Ipsaro Passione ci fa da tramite e siamo in attesa. Abbiamo un’altra carta, diremmo con soddisfazione un vero e proprio jolly.  Si tratta di Nicola Di Leo, il mitico portiere pugliese. Cerchiamo a Trani, ci dicono che non vive più in provincia di Bari. Troviamo la sorella, ci promette di farci contattare. Il telefono tace, siamo sicuri che qualcosa succederà. Bisogna solo aspettare.

Nel frattempo ci guardiamo attorno. Antonino Criscimanni è quasi impossibile trovarlo. Vive a Milano, ricerca affannosa quanto inutile. Il tempo stringe, il direttore aspetta, impaziente. Dirottiamo su Ferruccio Mariani, almeno ci proviamo. Lo chiamiamo sul cellulare, risponde ma è in un centro commerciale e ci chiede di richiamarlo. Contatto avvenuto. Sappiamo aspettare.Squilla il nostro di cellulare, è il cognato di Di Leo.  Ci fa da filtro, di questi tempi è prudente quanto saggio. Tutto a posto, la parolina magica ha funzionato e ci fornisce il suo recapito.

Il cuore batte a mille. Nicola Di Leo ha rappresentato un corposo pezzo di storia dell’Avellino. Sarà sempre nei cuori dei tifosi bianco verdi ed il sottoscritto lo ricorda con affetto ed ammirazione.“Sono emozionato. Avellino è stata la mia seconda casa. Ho trascorso ben sette anni e vissuto momenti indimenticabili”. La sua voce è come quella di Mario Piga, identica. Penso e dico, Piga è sardo e lui pugliese. Cosa allora le fa sembrare identiche? Realizzo. L’emozione. Anche Di Leo è preso da un groppo alla gola. L’Amore per questa terra non ha confini. “Una cosa che non mi va giù è quella maledetta retrocessione, se ci penso ancora sto male. È stata l’unica volta nella mia carriera ma mi fa male soprattutto perché capitata ad Avellino ed in un anno che la squadra era davvero forte. Quante cose che non andarono per il verso giusto. Ricordo il gol che non diedero a Benedetti. Da lì in avanti capimmo come sarebbero andate le cose e ti dico di più. La gara con l’Inter, l’ultima di campionato, l’arbitro designato fu cambiato all’ultima giornata per un suo improvviso malore. I nerazzurri avevano bisogno di un punto per l’Uefa, noi di entrambi per salvarci. Di certo a noi non ci aiutò nessuno in quanto l’Inter anche se avesse perso sarebbe andata comunque in Europa. Anastopulos si fece espellere e giocammo in dieci. Ho ancora impresso nella mente la traversa di Bertoni, Zenga battezzò la palla fuori ed invece Alessandro prese il legno. La sfera fini sui piedi di Grasso e lui prima di calciare esitò quel tanto che basta per non centrare la porta. Inutile dire che se avesse Biagio avesse segnato…”

Dieci anni di massima serie, forse qualcuno aveva pensato che potevano bastare e ci ritrovammo in serie B. “Avevo richieste per restare in massima serie ma non me la sentii di lasciare Avellino. Per me era tutto, la mia carriera e non soltanto. Sono stato un tesserato per i lupi per una vita. Ben dieci anni, sette in bianco verde e tre in prestito. Due a Perugia ed uno a San Benedetto. Cosi doveva andare, ci sto ancora male, credimi. Fu un inizio disastroso, la prima gara la vincemmo con il Torino ed io parai un rigore proprio al novantesimo. Ci fu anche il cambio di allenatore e Vinicio fu esonerato. Al suo posto venne Bersellini che fece un girone di ritorno esagerato, una media punti da centro classifica ma non bastò”. Di Leo è un computer, ricorda tutto con una precisione incredibile. Gli chiediamo di raccontarci un aneddoto, e lui ce ne cita uno sfizioso. “Giocavo a Trani in quarta serie e venni a Mercogliano contro l’Irpinia del presidente Sibilia. Feci un partitone e parai di tutto. A fine gara, da precisare che ero appena un ragazzetto, ero negli spogliatoi. Il commendatore aprii la porta e disse: A ro sta o portiere? Io pieno di paura mi avvicinai e lui di rimando: Wagliò comm sta a famiglia toja? Io gli dissi che mio padre faceva il bracciante agricolo e lui mi rispose: Tu sarai mio. E cosi fu. Mi strappò all’Inter e mi portò all’Avellino. Un uomo incredibile. Tutti mi dicevano che ero un po’ come se fossi suo figlio, mi voleva un mondo di bene. Da aggiungere che ero uno spasso vedere che lo aspettavano giù la mattina. Se era di cattivo umore si nascondevano dietro gli agli alberi e se invece era sorridente gli andavano vicino e gli chiedevano di tutto, anche di lavorare”.

Sette anni, una vita davvero. “Io sono del sud e so quanto vale il calore di una tifoseria e quella irpina era unica. Una piccola realtà che combatteva con Juventus, Inter e Milan. Una soddisfazione unica”.

Siamo in chiusura e sinceramente ci dispiace di lasciare Di Leo, un grande campiona ma soprattutto un uomo vero e sincero come pochi. “Mi ha fatto piacere sentirti, salutami tutti e sempre forza lupi”.

Un grande scoop, possiamo rasserenarci. Il direttore sarà felice e noi ci siamo guadagnati l’ennesima “pagnotta”.E noi? Sempre numerosi e con un pizzico di nostalgia per un trascorso calcistico che speriamo, al più presto, possa manifestarsi con un nuovo inizio. Sursum corda. Unica fede: l’Avellino.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta.

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