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25 settembre 2018

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GIANNI RIVERA, Il mito più grande della storia del calcio italiano

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Parlare del più grande calciatore italiano di tutti i tempi, e cercare di raccontarne le gesta, riaccendendo le pupille, nelle quali ancora adesso, a distanza di diversi decenni, è impressa la spettacolarità delle sue inimitabili giocate, vuol dire tornare a provare emozioni pure, uniche, indelebili. Parliamo di Gianni Rivera, il mito più grande della storia del calcio italiano, che ha compiuto 75 anni lo scorso 18 agosto.

Nato ad Alessandria nel pieno della seconda guerra mondiale, quello che sarebbe diventato per tutti il “Golden Boy” del calcio italiano, sin da ragazzino mostrò di possedere un talento ed un’ intelligenza calcistica impareggiabili, tanto che, ancora adolescente, cominciò a far parlare di sè non solo l’Italia, ma tutta l’Europa ed il mondo intero.

Il piccolo Gianni entrò a far parte delle Giovanili dell’Alessandria, e mister Pedroni, il tecnico della prima squadra che allora militava in serie A, ben presto si accorse di quel ragazzino gracile e minuto. Aveva poco più di 14 anni, quando, in occasione di un’amichevole che i Grigi giocarono contro gli Svedesi dell’AIK Stoccolma, il piccolo Rivera fu schierato con la prima squadra dal tecnico piemontese, che, meravigliato dalle gesta tecniche di quel ragazzino, volle “saggiarne” le non comuni qualità al cospetto di avversari professionisti. Andò a finire che il futuro Golden Boy si disimpegnò magnificamente contro i “giganti” scandinavi, riuscendo addirittura a segnare un gol.

Il tecnico alessandrino da allora non smise di tenerlo d’occhio e l’anno successivo, sul finire del campionato di serie A, esattamente il 2 giugno 1959, fece esordire Gianni Rivera (che aveva solo 15 anni e nove mesi) nella partita casalinga che l’Alessandria disputò contro l’Inter. Acquistato dal Milan a suon di milioni, il ragazzo prodigio fu lasciato per un altro anno nella squadra della sua città, con la quale disputò il campionato di serie A 1959-60, giocando 25 partite e mettendo a segno 6 reti.

Alla fine di quel campionato, a neppure 17 anni, Gianni Rivera fece parte, per volere dell’allora selezionatore azzurro, Nereo Rocco (che avrebbe legato poi il suo destino di grande allenatore a quello del futuro campione rossonero), della Nazionale che partecipò alle Olimpiadi di Roma. Al termine del torneo, il Golden Boy fu premiato come il migliore giovane della rassegna olimpica.

Entrato a far parte  in pianta stabile dei titolari del Milan, Rivera conquistò il suo primo titolo di Campione d’Italia, già nel secondo campionato disputato con la maglia rossonera. Con lo scudetto sul petto, il ragazzo dai capelli a spazzola fece il suo esordio con la nazionale azzurra, guadagnandosi un posto nella selezione italiana che prese parte ai mondiali del 1962 in Cile. L’anno successivo fu quello della consacrazione internazionale di Gianni Rivera, che, a neppure 20 anni compiuti, da fuoriclasse ormai conclamato, condusse il Milan sul tetto d’Europa, conquistando la mitica Coppa dei Campioni a Wembley contro il Benfica del grande Eusebio. Al termine di quell’anno, il ragazzo di Alessandria arrivò addirittura a sfiorare il “Pallone d’oro”, premio che veniva assegnato al migliore calciatore europeo. Fu il più grande portiere del mondo di tutti i tempi, il russo Lev Jashin, a soffiare a Rivera il primo posto.

Ma la conquista del Pallone d’oro per l’ancor giovanissimo Gianni, fuoriclasse dal talento cristallino, fu solo rimandata di qualche anno. Infatti, al termine del ciclo di successi (che, dopo aver portato il Milan a laurearsi dapprima Campione d’Italia, stagione 1967-1968, culminò con la conquista da parte dei Rossoneri della loro seconda Coppa dei Campioni l’anno successivo, il 1969, con la fantastica finale di Madrid, vinta dai Rossoneri 4-1 contro l’Ajax dell’astro nascente Johan Cruijff, e con la ciliegina sulla torta della conquista della Coppa Intercontinentale, ai danni degli Argentini dell’Estudiantes) il Golden Boy del calcio italiano fu insignito del premio di miglior calciatore d’Europa.  

Quella stagione rappresentò l’apogeo della carriera di Gianni Rivera. Guarda caso, esattamente a dieci anni dall’esordio in serie A e a dieci dall’anno del suo ritiro dal calcio, avvenuto nel 1979, dopo la conquista della tanto agognata stella del decimo scudetto rossonero.

Ma, se con il club meneghino Rivera vinse praticamente tutto ciò che c’era da vincere al mondo, altrettanto non si può dire per quanto riguarda le sue partite con la Nazionale italiana. Dal 1962 al 1974, il fuoriclasse alessandrino disputò 60 partite con la maglia azzurra, partecipando a ben quattro mondiali. Anche se, purtroppo, solo quello di Mexico ’70  si tinse di gloria. Eliminata miseramente al primo turno nelle manifestazioni iridate di Cile ’62, Inghilterra ’66 (con il famigerato 0-1 ad opera della Corea) e successivamente a Germania ’74, l’Italia che partecipò alla Coppa del Mondo in Messico, invece, arrivò addirittura in finale.

Erano gli anni in cui imperavano i poteri forti della grande stampa sportiva, rappresentata dalla Gazzetta dello Sport, dal Corriere dello Sport e dal Corriere della Sera. E poi c’erano le fazioni dei singoli club che tentavano di “dettare” la formazione  al commissario tecnico della nazionale. In poche parole, non c’era molta “armonia” nello spogliatoio azzurro, soprattutto in quella spedizione messicana, e a farne maggiormente le spese fu proprio Gianni Rivera, che non era visto di buon occhio da una parte influente della stampa nazionale (che gli rimproverava una scarsa propensione al sacrificio e alla corsa), ma anche da diversi compagni di nazionale.

Tuttavia, in quel mondiale le fazioni  arrivarono al compromesso della famigerata “staffetta” tra Mazzola e Rivera. Che comunque portò frutti positivi alla nazionale azzurra, con il campione rossonero che, soprattutto nella semifinale con la Germania Ovest, lasciò il suo segno indelebile.

Quella che passò alla storia come la partita del secolo, per le tantissime emozioni che seppe regalare ai telespettatori di tutto il mondo, si chiuse ai supplementari con il famosissimo 4-3 in favore degli azzurri. La rete decisiva fu realizzata proprio dal Golden Boy, che, con una delle sue geniali intuizioni, spiazzò (prendendolo intelligentemente “in contropiede”) il portierone tedesco, Sepp Mayer, con un piattone destro di prima intenzione: la sfera si insaccò inesorabilmente nell’angolo destro, proprio mentre il pipelet germanico cercò disperatamente di recuperare la posizione sulla sua sinistra.

Purtroppo, però, di lì a qualche giorno,  in occasione della finale contro il Brasile del mitico Pelè, il campionissimo rossonero avrebbe pagato a caro prezzo l’isolamento nel quale era finito per i dissapori e le “ritorsioni” che minarono l’unità dello spogliatoio azzurro.

Ad essere onesti, molto probabilmente anche con Rivera in campo sin da primo minuto, quella finalissima per l’assegnazione della Coppa Rimet avrebbe  visto trionfatore il Brasile, che in quei mondiali era quasi invincibile. Ma ci pare innegabile che Pelè (da ricordare che la “perla nera” stimava tantissimo il fuoriclasse rossonero) e compagni, in quella partita che si chiuse con la schiacciante vittoria (4-1) per i Carioca, ebbero la strada spianata da un’Italia a cui, per ragioni inammissibili, oltre che deleterie, venne a mancare l’estro e la fantasia del Golden Boy.

I famigerati sei minuti finali, a risultato ampiamente compromesso, che il Ct azzurro, Ferruccio Valcareggi  fece disputare al campionissimo milanista, ebbero l’amaro sapore della autolesionistica beffa. Al ritorno in patria, i componenti della spedizione azzurra, benchè  l’Italia fosse giunta meritatamente fino alla finalissima, furono accolti con cori di disapprovazione e qualche lancio di ortaggi, mentre Rivera, vittima di inaccettabili congiure, fu osannato come eroe nazionale.

Il trattamento ricevuto in Messico, decisamente non consono per un fuoriclasse di caratura mondale, vincitore appena l’anno prima dell’unico Pallone d’oro italiano, fu paradigmatico, anzi riscontro palmare di una non completa ed incondizionata considerazione dell’immenso talento di Gianni Rivera da parte della critica calcistica nostrana. I Latini dicevano : “Nemo propheta in patria”, e mai affermazione fu più “adattabile” al destino dell’ex ragazzo prodigio del calcio italiano. Grandissimi riconoscimenti a livello internazionale, apprezzamenti alla sua classe cristallina in tutto il mondo, ma critiche e divisioni, spesso faziose, in Italia.

Se dal ritiro dal calcio dell’ex Golden Boy sono passati ormai quasi quarant’anni senza che sia nato ancora un calciatore che possa pareggiare il suo talento (magari con la sola eccezione di Roberto Baggio) e la sua enorme intelligenza tecnica, è proprio il caso di riaffermare con maggiore convinzione che Gianni Rivera è stato il più grande della storia del calcio tricolore, e certamente uno degli indimenticabili miti in assoluto, anche a livello mondiale.

Il campionissimo rossonero, al pari dei più famosi fuoriclasse della storia del calcio mondiale (da Pelè a Maradona, da Cruijff a Platini) era in grado di decidere da solo la sorte ed il risultato di una partita. Dotato di un bagaglio tecnico davvero infinito, Rivera poteva vantare una straordinaria eleganza nei movimenti: palla al piede, era capace di disegnare  sul terreno di gioco vere e proprie “coreografie” , con gli avversari che, loro malgrado, partecipavano ai “balletti”, girandogli vanamente intorno per strappargli la sfera.

Più che per le notevolissime doti di attaccante, con le centinaia di gol realizzati (alcuni ricordati come dei veri e propri capolavori), Gianni Rivera è passato alla storia anche e soprattutto come impareggiabile rifinitore. La sua intelligenza calcistica lo portava ad intuire un attimo prima di tutti gli altri l’esatto evolversi dell’azione, dettando passaggi millimetrici per i compagni, che quasi sempre riuscivano a segnare reti decisive; come quelle fatte realizzare ad Altafini (per la conquista della prima Coppa dei Campioni per una squadra italiana, nel 1963) e la bellissima doppietta di Pierino Prati nella vittoriosa finale di Madrid (1969) contro l’Ajax, che portò per la seconda volta il Milan sul tetto d’Europa, e consacrò definitivamente a livello mondiale il genio calcistico del Golden Boy.

www.twikie.it 

(Rino Scioscia)

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