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16 agosto 2018

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La seconda vita di Mario Terracciano: “Calcio e migranti, una ricchezza inestimabile”

Servizio di Stefano Sica @riproduzione riservata

Piazzolla di Nola, Centro di accoglienza “Villa Carmela”. E’ qui che scorre la seconda vita di Mario Terracciano, classe ’81, un passato illustre in serie C e tanti anni da protagonista in D prima di approdare in Eccellenza vestendo le maglie di Sorrento, Frattese e San Vito Positano. Non solo calcio, ma anche tanta voglia di dare un senso superiore alla propria vita, di sperimentare qualcosa che rompesse i confini di una passione che comunque lo aveva accompagnato da bambino, giovanissimo calciatore che muoveva i primi passi nella Puteolana 1902 sotto l’egida di Salvatore Dardano. Operatore con compiti di assistenza per i migranti, questa la mansione svolta dallo scorso agosto grazie ad un progetto voluto dalle associazioni “Per aspera ad astra” e “Formland”. Ben 20 i ragazzi che vivono nella struttura, rappresentativi delle etnie più disparate (Nigeria, Nuova Guinea, Pakistan, Bangladesh, Burkina Faso, Libia e Gambia), età media 20 anni con alle spalle un passato doloroso fatto di lacrime, povertà e lacerazioni affettive. Anche quest’anno il difensore puteolano si è diviso tra i campi di gioco e il lavoro nei centri, con un tarlo perenne in testa: avvicinare questi ragazzi allo sport, regalare loro un pizzico di notorietà e farli sentire un po’ più protagonisti e un po’ più parte di una comunità che troppo spesso volta la testa dall’altro lato. Ci presentiamo a questi ragazzi e subito restiamo ammaliati dal sorriso del giovane guineano Ibrahim che ci dice, candidamente, di saper giocare al calcio e di essere forte come il suo connazionale Diawara. Un altro ragazzo indossa orgogliosamente la maglietta del Napoli mettendo subito in chiaro la propria simpatia calcistica. Una umanità diffusa che non finisce mai di stupire. “Intanto devo ringraziare la dottoressa Simona Cimmino per avermi dato la possibilità di vivere questa bella esperienza – esordisce Terracciano -. Io, da operatore di struttura, ho il compito di vigilare sui ragazzi, organizzare la mensa e supportarli per ogni tipo di esigenza. Cerco di insegnare loro l’italiano e, nello stesso tempo, provo ad affinare il mio inglese. Qui i nostri migranti hanno tutto: assistenza medica e psicologica, un mediatore linguistico, Mohamed Souleymane Haidara, attività laboratoriali e tanti altri benefit”.

Cosa ti sta lasciando questa esperienza dopo nove mesi?

“Partiamo dal presupposto che questi ragazzi sono tutti richiedenti asilo. Ognuno di loro scappa da situazioni angoscianti, da vere e proprie persecuzioni. Tutti hanno un passato difficile, qualcuno ha visto genitori e fratelli ammazzati sotto i propri occhi. Io ci sto a contatto tutti i giorni e so che sono ragazzi molto rispettosi, capaci anche di grande generosità, ma strumentalizzati troppo spesso da media impietosi che non raccontano la realtà così com’è. Colui che può compiere un atto sbagliato ci sta, ma non è giusto che poi agli occhi di tanti italiani queste persone diventino rappresentative di tutti i migranti. Invece a volte c’è questo corto circuito comunicativo che fa emergere una narrazione semplicemente falsa. Bisogna viverli questi ragazzi, capirne l’umanità che hanno dentro. E chi non si cala in questi contesti non sa cosa si perde…”.

Tanti viaggi della speranza che poi diventano disillusione…

“Verissimo. Quando vengono in Italia immaginano di trovare un contesto diverso, dove poter rinascere, riscattarsi. Poi capiscono che non è tutto oro quello che luccica. Arrivano qui pieni di entusiasmo e di speranza, pur portandosi dietro un passato complicato che li ha trasformati. Poi la realtà li riporta coi piedi per terra. Anche da un punto di vista burocratico, perché i tempi per ottenere le documentazioni necessarie sono lunghi e farraginosi. Sfatiamo pure questo falso mito dell’invasione: l’Italia per molti è meta di passaggio verso altri paesi come Germania, Belgio o Francia. In tanti utilizzano questi due anni di permanenza nei centri per studiare altre soluzioni, lo sanno loro per primi che il nostro è un paese difficile, che può offrire poco. Si parla di migranti con telefonini di ultima generazione o vestiti firmati: sarei curioso di sapere dove sono. Non certo da noi. Posso garantirvi che dopo un po’ imparano ad apprezzare anche la nostra cucina superando un normale periodo di adattamento visto che hanno abitudini totalmente diverse”.

Un’altra falsa rappresentazione, se vogliamo.

“Noi ci atteniamo a ciò che ci impongono le Prefetture. La nostra assistenza comprende i kit igienici e sanitari, il pocket money che, sottolineamolo, è di 2 euro e 50 centesimi al giorno per ogni migrante e la mensa con un pasto completo più la colazione. Sullo Stato gravano spese sostenibili, quelle necessarie per mantenere un essere umano”.

Mi sembra che tu abbia in mente un progetto importante per questi ragazzi…

“Sì, l’ho sottoposto al coordinatore delle due associazioni, Francesco Odierno. Sto mettendo su qualche evento sportivo che dia loro una bella vetrina, a partire dall’organizzazione di un torneo di calcio che pensiamo di mandare in scena entro la fine dell’estate. Stiamo anche individuando la struttura più adatta per ospitare queste gare, anche in collaborazione con altre associazioni che volessero darci una mano. Ricordiamo che una manifestazione simile è stata organizzata a Cassino e lo stesso Perugia ha pescato un ragazzo per la Primavera in questo modo. Anche noi, perciò, scommettiamo sulla riuscita di un evento di questo tipo. Chissà che non esca anche da noi qualche talento sconosciuto. In ogni caso noi vorremmo tenere impegnati i ragazzi anche su altre attività sportive, almeno una volta alla settimana”.

Impossibile non parlare della debacle del tuo Positano.

“A un certo punto, nonostante alcune difficoltà strutturali, avevamo raggiunto anche una buona quadratura. Non c’erano molti ricambi e in mezzo al campo avevamo solo giocatori di rottura. Caratteristiche tecniche che non ci consentivano di sviluppare un bel gioco. La retrocessione è comunque figlia di una responsabilità collettiva: sarebbe stato essenziale che tutte le componenti si unissero indirizzando ogni sforzo verso l’obiettivo. Abbiamo steccato col Costa d’Amalfi quando sarebbe bastato poco per raggiungere la salvezza matematica. Lì siamo implosi mentalmente e il play-out è stato l’emblema del nostro crollo psicologico. Non siamo di certo retrocessi con lo spareggio contro il Faiano. Purtroppo accade quando ci si trascina dietro tantissimi problemi di base. Alla lunga questo esito ce lo siamo meritato ed è un grosso rammarico per me dirlo. Tutti devono fare mea culpa, a partire dalla società per finire a noi calciatori”.

E il tuo futuro?

“Io ho ancora tanta voglia di giocare, al di là di questa mia attività che mi riempie di gioia. Sto bene e voglio ancora divertirmi in campo. Aspetto una buona chance, pronto a dare sempre tutto me stesso”.

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Giornalista pubblicista e' uno dei fondatori di Footballweb

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