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Gli ex del calcio: Francesco Nocera

Intervista di Michele Pisani @riproduzione riservata

Venghino siori e siori. Altro giro, altra corsa. L’amarcord di Ultrà Avellino non conosce sosta. Gli ex biancoverdi non si sottraggono al richiamo ed i ricordi riaffiorano con una punta di nostalgia. Non è una minaccia ma solo una promessa: li troveremo tutti. Mettetevi comodi e soprattutto diffidate dalle imitazioni. Anche a Pasqua ci siamo messi in moto senza lesinare energie. Il nostro direttore è avvisato, prima o poi gli presenteremo il conto. L’amarcord di questa settimana vede come attore principale un calciatore che vinto la finale di Pescara contro il Gualdo Tadino. Il contatto è con Francesco Nocera che vive a Grottammare in provincia di Ascoli Piceno. Nato a Napoli nel 1968, un metro e settantantanove per settantacinque chilogrammi, ha giocato per due stagioni nell’Avellino dal 1994 al 1996. Cinquantatré presenze e due reti con i Lupi. Un difensore dai piedi buoni e con grinta da vendere.


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E’ stato paragonato a Di Somma e come lui da buon capitano ha indossato la casacca biancoverde con estrema professionalità. Francesco Nocera non ha mai abbandonato il mondo del calcio, lavora come allenatore. Nipote dell’attaccante del Foggia Cosimo Vittorio Nocera e proprio con i ‘satanelli’ che Francesco inizia la sua carriera di calciatore. Ha militato anche con Lanciano, Cosenza, Pavia, Sambenedettese, Chieti ed Ancona. Raggiunto telefonicamente il nostro interlocutore in un niente ci riporta a quei momenti. “Sono passati vent’anni da quella impresa eppure i tifosi non dimenticano. Ti dico una cosa e mi devi credere ancora non riesco a capacitarmi per quanto successo a Londra un po’ di tempo fa. Stavo girando per la città quando una persona mi chiama a gran voce. Mi avvicino per capire se è me cerca e lui mi dice: Ma sei Nocera ? Io sono un tifoso dell’Avellino, mi chiamo Gerardo. Non dimenticheremo mai quello che avete fatto per noi tifosi. Una sensazione unica, indescrivibile. So bene cosa significhi il calcio per questa città, quanto sia importante dare soddisfazione ai tantissimi supporter biancoverdi sparsi per il mondo. In un’altra occasione un tifoso mi fece parlare al telefono con i suoi amici, era emozionato, non stava nella pelle. Disse ai suoi compagni che mai e poi mai avrebbero indovinato chi aveva incontrato per strada. Da rabbrividire, un piacere senza eguali e soprattutto perché è passato tanto tempo ma i tifosi biancoverdi non dimenticano”. Mi parli del fascino del Partenio? “Spesso lo ricordo a mio figlio. Una cosa incredibile.


Quando scendevamo in campo si sentivano i tifosi incitare la squadra. Un coro unico, incredibile nella sua forza. Devi sapere che se una ventina di persone gridano forza lupi è una cosa ma sentirne ventimila, tutti assieme, è una musica per le tue orecchie. Loro ci davano la carica e noi affrontavamo chiunque senza alcun timore reverenziale”. Il tuo presidente Sibilia, un giudizio. “Il commendatore è unico. Un grande uomo, competente e molto disponibile. Nei miei due anni di permanenza in Irpinia ho sempre avuto un ottimo rapporto. Citofonavo e salivo sopra. Se mi serviva qualcosa glielo chiedevo e lui non s’è mai tirato indietro”. Il tuo amico Luca Bocchino però ci ha raccontato anche anettoti curiosi come quello di Minuti. “Ha ha ha. Mitico. Il presidente non voleva dargli l’ingaggio, disse che Pasquale aveva dormito, mangiato e bevuto e bastava cosi”. A distanza di vent’anni si può dire: Luca fu un incosciente in occasione del rigore ? “Lo conosci. Luca è uno che parte d’istinto. Nessuno voleva calciarlo quel rigore. Ti rendi conto cosa voleva dire se lo sbagliavi ? Buttavi all’aria una intera stagione. Luca vide che gli altri non si muovevano e preso il pallone s’incamminò verso la porta. Boniek dalla panchina urlava a più non posso ma Luca fece finta di non sentirlo. Andò bene e noi vincemmo. Ce lo meritavamo, avevamo una grande squadra”. Felice della tua esperienza ad Avellino ? “Certo. Sono stati due anni fantastici ma la cosa più bella è che dopo tanto tempo si ricordano ancora di me. Devi sapere che ad Avellino c’è sempre stato un pubblico esigente ma soprattutto i tifosi sapevamo bene chi scendeva in campo per onorare la maglia”. I momenti più belli ? “Tanti ma i due derby con la Salernitana li porto sempre nel mio cuore. All’andata vincemmo grazie ad un euro gol di Calvaresi proprio nei minuti finali. All’Arechi pareggiammo zero a zero. Un clima surreale, lo stadio diviso a metà tra granata e biancoverdi. In quella occasione dimostrammo un gran carattere, una squadra che non temeva nessuna avversità di alcun genere”. Ricordi a chi facesti i deu gol ? “Uno al Pescasa la Partenio ma perdemmo due ad uno. L’altro al Cosenza fuori cara ma servì per pareggiare la gara che terminò tre a tre”. C’è un curioso parallelo che riguarda te e Raffaele Biancolino. Entrambi di Secondigliano, siete arrivati nel mercato di riparazione dal Chieti. Sia tu che il Pitone avete vinto il campionato, non male non credi ? “In effetti è cosi. Sai che Raffaele venne all’Ancona quando c’ero io ? Era giovanissimo. Sibilia fece un cambio a vincere quell’anno. Mandò sei calciatori al Chieti, io venni in Irpinia. Il risultato lo sapete tutti. Loro retrocessero e noi andammo in B. Il commendatore aveva un gran fiuto ed anche in quella occasione ci seppe fare”. I tuoi amici di sempre ? “Luca Bocchino. Umberto Marino e Pasquale Minuti. Pasquale poi l’ho avuto per sette anni come mio secondo”. Abbiamo parlato dei gol, ricordi la tua prestazione più bella, quella da incorniciare ? “In serie C giocavamo per vincere e quindi ho sempre fatto il mio dovere appieno ma in B le cose erano diverse. Un campionato più difficile e credo che contro la Salernitana, all’Arechi, ho dato il meglio di me. Loro sfiorarono la vittoria del campionato. Era il 10 Marzo del 1996, venivamo dalla sconfitta di Brescia. All’andava avevamo vinto con un gol di Calvaresi e loro volevano vendicarsi. Ci volevano fare almeno quattro gol, erano caricatissimi. Noi eravamo rimaneggiati, ci mancava Criniti e qualche altro squalificato. Il clima era davvero infuocato. Io e Roberto Carannante prendemmo per mano la squadra, tutelammo i nostri compagni dentro e fuori dal rettangolo da gioco. Per noi fu una grande soddisfazione, una partita molto sentita e soprattutto, come sai meglio di me, un derby che non volevamo perdere per far felici i nostri tifosi. Come sai alla fine retrocedemmo, altro mistero del calcio. Nel girone di andata eravamo posizionati a ridosso delle grandi. In quella stagione ben tre allenatori. Prima Boniek, fu esonerato dopo appena quattro giornate, Orrico e poi Pace”. Sei un combattente e questo lo abbiamo capito, un vero Lupo. Parlaci ancora della finale play off, della vostra condizione fisica. “Loro stavano messi meglio e questo è un dato di fatto incunfutabile. Noi abbiamo avuto due allenatori ed una preparazione fisica alquanto sommaria. Cosa ci ha fatto vincere ? La nostra forza, la qualità dei singoli. Avevamo alcuni squalificati ma riuscimmo a colpare il gap con una prestazione esemplare. Io, Carannante, Marasco e Landucci eravamo solo una parte di un complesso di uomini veri. Ci riuscimmo solo con i rigori ma fummo davvero felici di riportare i Lupi in cadetteria”. Altro giro, altra corsa. L’ennesimo amarcord e stato realizzato. Francesco Nocera è dei nostri ma non non ci fermiamo, siamo pornti per l’ennesimo ex da scovare. Non perdeteci di vista, potreste pentirvene.

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Giornalista sportivo, iscritto all'albo dopo una lunghissima gavetta.

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